Sicurezza
Ansia da esami e pagelle? I consigli della psicologa: «Il brutto voto non sia un fallimento, vi dico come si riparte dopo una bocciatura»
Maria Antonietta Gulino, presidente dell’ordine degli psicologi della Toscana, a pochi giorni dalla fine dell’anno scolastico: «I ragazzi si abituino a valutare dando un giudizio a se stessi. L’importante è non lasciare soli i giovani nelle difficoltà: ha effetti controproducenti»
È spartiacque. È attesa. È quell’arrivo che concretizza aspettative, ma anche timori, possibili gioie e possibili delusioni. Un mix di emozioni e aspetti che segna, comunque vada, un prima e un dopo. È la tappa obbligata della pagella: quella scolastica di fine anno che - nel suo "clou" - si traduce anche in passaggi simbolici e significativi come gli esami, dalla terza media alla maturità (quasi trentamila i maturandi di un anno fa). «Proprio come accade per i lavoratori, in ambito scolastico pagella ed esami rappresentano un bilancio dell’anno o di un percorso: non solo in termini "matematici", con il voto, ma anche di ciò che è accaduto a 360 gradi. E lasciatemi dire, quella valutazione abbraccia anche la famiglia e i docenti, non solo lo studente», riflette Maria Antonietta Gulino, presidente dell’ordine degli psicologi della Toscana, quando siamo a pochi giorni dalla fine dell’anno scolastico.
Dottoressa, quando la valutazione - intesa come voto in pagella o esame - assume un peso specifico rilevante nella quotidianità dello studente?
«Una premessa: generalizzare diventa complicato, ogni caso ha la sua storia, le sue variabili. Però direi principalmente alle medie e alle superiori. Alle scuole medie si affronta un passaggio importante, da piccolo ad adolescente, con i primi segni: cambia il pensiero, cambia la consapevolezza di se stessi inseriti nel mondo scolastico. Arrivati all’università, invece, si acquisisce spesso una consapevolezza maggiore, si hanno anche strumenti diversi e incide pure l’autoreferenzialità. C’è poi da aggiungere una gestione diversa. È ovvio che la situazione cambia da famiglia a famiglia, a seconda del contesto sociale in cui ci muoviamo».
Spesso il voto è vissuto in maniera asfissiante, perché?
«Essere valutati inquieta, siamo esseri nel mondo, è inevitabile che ciò che facciamo incorre nella percezione degli altri. Noi dobbiamo abituarci a valutare, però auto-valutandoci. Dobbiamo imparare che non è solo una penalità, perché nella valutazione bisogna tenere conto della soggettività dell’elemento. Ai ragazzi che vengono da me suggerisco di parlare con l’insegnante, di affrontare con lui le problematiche, se le affrontiamo a scuola e a casa, allora forse il processo d’apprendimento e la valutazione vengono vissuti meglio, altrimenti si rimane con un numero - un 2, un 3, quando va male - che recano inquietudine. Spieghiamo invece perché arrivano quei numeri: gli studenti sono soggetti, non oggetto di valutazione. Anche perché, non è una frase fatta, ma si passano tante ore a scuola e diventa davvero palestra di esperienza e di vita».
Quanto il voto in pagella viene vissuto come totalizzante per lo studente?
«Il voto matematico deve aiutare gli adulti e lo studente a farsi un’idea, però non è un’equazione. C’è un programma scolastico a cui rispondere, ma è importante anche chiedere allo studente: "Come stai? ". Perché così lo studente renderà meglio. Ognuno nella scuola dev’essere agevolato a trovare ciò che gli interessa maggiormente. Sarebbe necessario uno sforzo complessivo, perché raggiungo un obiettivo se ho una relazione, s’impara con la relazione, se si riduce tutto soltanto al voto finale, all’interrogazione, allora è soltanto prestazione».
Come si riparte dopo una bocciatura o un brutto voto?
«Se prendo un brutto voto, o incorro in una bocciatura, ci si allarma, viene vissuto come un "fallimento" per la famiglia, per lo studente: ma va saputo gestire, invece, spesso viene prestata attenzione soltanto alla fase finale, ma il voto in realtà dev’essere preso come un’occasione di crescita, non come bocciatura, o arresto di un percorso. Veniamo attratti sempre dalla fase finale di un processo, ma bisogna chiedersi, tutti, cos’è successo durante l’anno? Il "fallimento" allora sia anzi occasione per affrontare temi emersi durante l’anno».
Come affrontare questa situazione?
«Va gestita, non si può trascurare la soggettività dello studente, genitori e insegnanti possono aver molto stress nella vita, lo so, allora dico: si sostengano con progettualità. Un esempio? Lo psicologo a scuola: che non è ancora presente in tutte le realtà. Se mi trovo come genitore o insegnante di fronte a una difficoltà e posso parlare con uno psicologo faccio prevenzione durante l’anno e se gli educatori lavorano insieme arrivano meglio all’obiettivo. L’adolescente che vede due mondi di adulti che si contrastano ha un messaggio confusivo che ha esiti anche nel rendimento scolastico. A ogni modo, non si affronta punendo, sanzionando, ma bisogna parlarne: la vita non è fatta di successi, l’idea di rincorrere la perfezione non è in linea con la realtà. Succedono cose belle e cose non belle, bisogna gestire, senza parlare di "colpa". Forse bisognava parlarne prima, impariamo a prenderci tutti un pezzetto di responsabilità».
Quali sono i rischi, gli effetti, sullo studente?
«Non bisogna lasciarli soli nella difficoltà, è controproducente e fa male alla salute, si può incorrere in casi dove emergono disturbi nell’alimentazione, depressione, per esempio. Per questo i genitori e gli insegnanti sono custodi dell’educazione».
Cambiamo direzione: cosa fare di fronte a un’ottima valutazione, invece?
«Se ti dico qualcosa quando va male, allora è logico che debba essere rinforzato anche il concetto premiante, cioè ti devo dire bravo quando vai bene, non diamo mai nulla per scontato: diciamo "bravi", evitiamo frasi come "hai fatto il tuo dovere..."».
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