Finanza
Rosignano, schianto mortale al casello: «Vetri ovunque, la nostra bambina salva grazie ai bagagli ammassati»
Il racconto dei genitori, diretti a Riparbella: per l’impatto il lunotto si è sbriciolato
ROSIGNANO. Scuote il capo, allarga le braccia. Non sa come spiegarsi quello che è accaduto, i suoi occhi tradiscono ancora il terrore provato poco prima. «È un miracolo – mormora, il tono ancora incredulo – mia figlia non ha un graffio, anche se le è esploso il lunotto davanti. Se ci ripenso ancora tremo».
Mario Panchieri è seduto sull’erba secca mista a terriccio dell’isola spartitraffico, pochi metri dopo l’uscita dal casello autostradale di Rosignano Marittimo, dove si è consumata la tragedia. Il nome è italiano, come le origini della sua famiglia. Ma lui, sua moglie e la sua bambina sono austriaci («veniamo da Innsbruck» racconta), turisti come tanti in quest’estate che inizia ad affacciarsi. Come la coppia di coniugi tedeschi che giace, a pochi metri da dove è seduto, coperta da un telo per celare i cadaveri alla vista. Un vigile del fuoco si avvicina, gli passa una bottiglietta d’acqua. Non gli dice niente, gliela consegna insieme a una leggera pacca sulla spalla e torna al lavoro, in mezzo alle macerie dell’incidente.
Lo sguardo di Mario incappa proprio in quel telo macchiato di sangue. Lascia perdere l’acqua, si prende la testa tra le mani. Nonostante un momento così delicato, però, non si sottrae alle domande. Accetta di parlare, anche se è spossato per la paura provata: ha attraversato, letteralmente, l’inferno.
Infatti, il suo è il racconto di un inferno che si è scatenato in pochi attimi, fatto di sangue, urla e lamiere che si accartocciano.
L’auto su cui lui e la sua famiglia viaggiano è a una manciata di passi da lui, con le portiere aperte: sua moglie è china sulla loro figlia, una bambina ancora infante messa a sedere sul sedile anteriore del passeggero. Cerca di accarezzarla, le mormora parole tranquillizzanti in un tedesco che trasuda dolcezza. Ma gli occhi della bimba cercano una tranquillità che lì intorno è svanita: non può capire la portata di quanto è accaduto, lo avverte solo istintivamente. E si ritrova a piangere, ricordandosi lo spavento provocato da quel boato e da quei vetri che l’hanno solo sfiorata.
Da Innsbruck, Mario Panchieri e la sua famiglia sono diretti a Riparbella, ridente località sulle colline cecinesi.
«Stiamo andando lì in vacanza – racconta – ci siamo messi in viaggio e arrivati a questo casello pensavamo di essere ormai prossimi ad arrivare. Mi sono messo in coda, quando è arrivato il mio turno ho pagato il pedaggio e poi ho iniziato a muovermi per riprendere il viaggio». Allarga ancora le braccia, i suoi occhi corrono ancora ai due cadaveri a terra, poi alle auto accartocciate poco più in là. «All’improvviso ho sentito un grande botto alle nostre spalle. Non ho fatto in tempo neppure a rendermi conto di quello che stava accadendo che qualcosa ci ha colpito con forza, una sorta di tamponamento ma molto più violento. Tanto che il lunotto posteriore è letteralmente esploso verso l’interno».
Ed è qui che per la famiglia Panchieri si è compiuto il miracolo. «La mia bambina era nel suo seggiolone, che è incastrato tra i sedili con lei rivolta verso la parte posteriore dell’auto» spiega Mario. Si ferma un istante, come per permettermi di capire la paura provata in quel momento, e mi indica ciò che resta del lunotto. Un bordo appena accennato di vetri acuminati. «Per fortuna avevamo il bagagliaio pieno fino sopra il limite – racconta, mostrando le tante valigie e le buste ammassate – questa roba ha fatto da schermo alla bambina. La maggior parte dei vetri si sono fermati contro i bagagli, non l’ha neppure sfiorata. L’urto è stato talmente forte da spingerci in avanti – spiega – e a quel punto, senza pensarci, ho accelerato e ho fatto alcuni metri fuori da quell’inferno. La migliore decisione della mia vita». Uscito dall’auto infatti «sono corso ad aiutare: nell’auto che ci ha tamponato c’era un bambino che sanguinava, spero abbia solo ferite lievi. Ma dietro i veicoli erano tutti accartocciati – conclude, scuotendo il capo – non ho visto quello che è successo. Ma c’erano una donna che urlava, tutti erano nel panico. È stato un inferno».
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