Il Tirreno

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Dillo al direttore
L’analisi

Così la finanziarizzazione distrugge l'economia reale dell’Unione Europea

di Alessandro Volpi
Così la finanziarizzazione distrugge l'economia reale dell’Unione Europea

La finanza "occidentale" favorisce la produzione di Stato cinese e uccide l'economia reale del Vecchio Continente

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Ecco uno degli interventi pubblicati sull’edizione cartacea di venerdì 31 maggio, nella pagina dedicata al filo diretto con il direttore de Il Tirreno, Cristiano Marcacci. “Dillo al direttore” è l’iniziativa che permette alle persone di dialogare direttamente con Cristiano Marcacci, attraverso il canale WhatsApp (366 6612379) e l’indirizzo mail dilloaldirettore@iltirreno.it.


Sono sufficienti pochi esempi per comprendere come la finanziarizzazione stia distruggendo l'economia reale dei Paesi europei. Almeno da inizio anno è in corso un nuovo rally di alcune materie prime tra cui l'acciaio. Si tratta di una spinta al rialzo dei prezzi dettata dalle scommesse operate con gli strumenti della finanza derivata. In sostanza, nelle Borse agiscono soggetti finanziari, non legati al ciclo produttivo, che hanno la capacità, con le loro scommesse, di incidere in maniera profonda sui prezzi in misura assai maggiore rispetto alle dinamiche della domanda e dell’offerta reali. Questo rialzo favorisce decisamente l'economia dello Stato cinese che conta ben sette fra i i primi dieci produttori d'acciaio del mondo e mette in crisi vasti settori produttivi europei che devono importare l'acciaio a prezzi più alti perché la speculazione finanziaria, operata da fondi degli Stati Uniti, e anche europei, li ha fatti salire.

In sintesi, la finanza "occidentale" favorisce la produzione di Stato cinese e uccide l'economia reale del Vecchio Continente; è singolare, poi, che per contrastare questa affermazione cinese si invochino politiche doganali di natura protezionistica, con nuovi dazi il cui effetto rischia solo di essere quello di rendere impossibili gli scambi commerciali con la Cina, di cui molti Paesi europei, per la natura stessa del loro ciclo produttivo generato dalla globalizzazione, non potrebbero fare a meno. Ma gli effetti della finanziarizzazione non finiscono qui, come dimostra un altro esempio evidente, legato proprio alle strategie doganali.

L'Unione europea mette dazi sulle auto elettriche provenienti dalla Cina che è ormai la principale produttrice di tale mezzo di trasporto. Stellantis, che dovrebbe essere un produttore di auto e che è "europea" perché ha sede fiscale in quel fantastico paradiso fiscale rappresentato dall'incredibile Olanda dei rigoristi, fa un accordo con un produttore cinese, creando una società, di cui detiene il 51% per consentire l'ingresso in Europa delle stesse auto cinesi senza pagare dazi. È evidente allora che Stellantis punta tutto sull'accrescimento del valore finanziario dei propri titoli premiati da questa mossa, che le auto cinesi, prodotte da una solida economia di Stato, arrivano in Europa e che gli stabilimenti europei si svuotano di lavoratori e abbandonano ogni idea di ricerca, al di là delle promesse sul futuro di Mirafiori. Un terzo esempio ha a che fare un’ulteriore ondata speculativa. I futures sul rame hanno superato i 10mila dollari e il prezzo non sembra affatto intenzionato a fermarsi. Come per l’acciaio l'impennata dipende solo in parte dalla dinamica della domanda e dell'offerta reali e molto si lega alla speculazione sugli strumenti derivati. Di questa fiammata, come è prevedibile, beneficiano i soliti noti. Se l’innovazione tecnologica passa per il rame, le “Big Three” si sono già piazzate e operano per alimentare l'inflazione speculativa della materia prima del futuro.

* Università di Pisa

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