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La polemica

La Costituzione e il diritto insopprimibile alla critica: botta e risposta tra il generale e il direttore – Video


	A sinistra il direttore Cristiano Marcacci e a destra il generale Roberto Vannacci 
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A sinistra il direttore Cristiano Marcacci e a destra il generale Roberto Vannacci 

La lettera di Roberto Vannacci e la replica di Cristiano Marcacci, direttore del Tirreno

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Di seguito la lettera che il generale Roberto Vannacci, candidato alle elezioni europee con la Lega, ha inviato al direttore del Tirreno Cristiano Marcacci. E la risposta del direttore.

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di Roberto Vannacci

Esimio Direttore, Le scrivo in merito all’editoriale del 5 maggio u.s. che Ella ha voluto dedicare alla mia persona. Sebbene lusingato dalla sua autorevole attenzione, devo però ammettere che il contenuto mi ha lasciato alquanto perplesso. Infatti, ho sempre pensato che in uno Stato democratico l’informazione dovesse essere libera, scevra da pregiudizi a danno dei cittadini. Entrambi converremo che l’informazione è un pubblico servizio che dovrebbe andare al di là dei giudizi morali dei singoli individui e improntato all’etica del giornalismo stesso. Mi riferisco a quell’etica a cui Lei, come Direttore di un importante quotidiano è sicuramente fedele, la quale presuppone correttezza, trasparenza, competenze (ossia conoscenza del tema di cui si sta scrivendo), adesione alla verità fattuale. Il giornalismo, Lei m’insegna, non ha il compito di allarmare oppure infondere vane speranze. È diritto insopprimibile dei giornalisti esercitare la libertà d’informazione e di critica, come è indicato al primo articolo del codice deontologico e come cita l’art. 21 della nostra magnifica Costituzione sulla quale io ho giurato. È altresì sacrosanto che la stampa non possa essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Ecco perché ho scritto che il Suo editoriale mi ha lasciato perplesso e aggiungo deluso. Perplesso perché Lei nel suo diritto di critica parla testualmente di «castronerie che fanno parte dell’ossatura del manifesto elettorale del candidato Vannacci» quando apprendo da Lei di avere stilato un «manifesto elettorale». Deluso perché Ella mi identifica come portatore di valori contrari a quelli della nostra Regione (Toscana) e dei suoi abitanti e quindi non meritevole di attenzioni da parte del Suo Giornale. Vede Direttore, io ho vissuto trent’anni in Toscana e ho fedelmente servito la Patria salvaguardando quei valori che sono patrimonio di tutti gli italiani, compresi i toscani di cui mi sento parte. A tal proposito, prossimamente, a più riprese e in località diverse, tornerò nella nostra Toscana per esporre alcune delle idee che Lei definisce “castronerie”. In democrazia ognuno ha diritto di criticare le idee altrui e Lei come Direttore di un illustre Quotidiano viene pagato anche per questo. Ma proprio perché viviamo in uno Stato democratico, la stampa non dovrebbe mai oscurare arbitrariamente gli spazi alle notizie “non gradite” privando i cittadini di essere informati sulla cronaca politica del proprio territorio. Tantomeno se quello spazio riguarda un candidato capolista alle elezioni indette in modo democratico per eleggere il Parlamento europeo. Avrà fatto caso che finora mi son guardato bene dall’utilizzare il termine “censura” perché lo riterrei offensivo per una redazione storica come quella de “Il Tirreno”, la quale, non dubito, conosca il valore della Carta costituzionale. Per cui, nel reciproco doveroso rispetto, sono a chiederle la disponibilità ad un chiarimento di persona presso il Suo autorevole giornale. Possibilità, che mi auguro venga accolta nel segno di quella inclusività quale valore ricordato da Ella nel Suo menzionato editoriale. Cordiali saluti.

La risposta del direttore

Egregio generale Vannacci, nel prendere atto delle Sue perplessità circa il contenuto del mio editoriale del 5 maggio u.s. sono ad evidenziarLe le mie altrettante perplessità rispetto al fatto che la richiesta di pubblicazione di una replica arrivi ben 16 giorni dopo. Ma Lei probabilmente non è abituato a leggere Il Tirreno e La capisco perfettamente, è un giornale assai lontano, per fortuna, dai suoi valori di riferimento. E altrettanto probabilmente è stato sollecitato a scrivere questa lettera da alcuni suoi collaboratori che rappresentano sul territorio il Suo “mondo al contrario” e che, evidentemente, ne lamentano la scarsa visibilità concessa. Sono d’accordo con Lei quando afferma che il giornalismo non ha il compito di allarmare oppure infondere vane speranze e, soprattutto, che è diritto insopprimibile dei giornalisti esercitare la libertà d’informazione e di critica. Appunto, la libertà di critica, ossia quell’attività del pensiero rivolta a interpretare fatti, affermazioni o comportamenti. Lei la conoscerà sicuramente, ma forse l’ha mantenuta allenata solo in determinate direzioni, concentrando l’attenzione verso gli omosessuali, verso gli antifascisti, verso i toscani di colore, verso gli alunni disabili e verso le donne «infelicemente costrette» ad abortire. E alla fine il risultato non può che essere una variegata gamma di castronerie da cui Il Tirreno intende stare distante e che Il Tirreno non intende minimamente amplificare. Usando le Sue stesse parole, un direttore di un illustre quotidiano è pagato anche per questo. Per marcare, talvolta, un’assoluta divergenza. E Lei, egregio generale, indipendentemente dal consenso che riscuoterà o meno dalle urne delle prossime elezioni europee, è divergente dai pregevoli principi a cui sono storicamente ispirati i toscani, a partire da quello dell’inclusività. Non ho elementi per contraddirLa sul fatto, come Lei afferma, che nei trent’anni vissuti in Toscana abbia fedelmente servito la Patria secondo i dettami costituzionali su cui ha prestato giuramento, ma da Lei non accetto alcuna “lezioncina” rispetto all’osservanza della Costituzione e al valore supremo rappresentato dalla Patria. Lei sarà stato pagato per servirla, ma la famiglia del sottoscritto sa bene cosa significhi morire per la Patria. Mio zio, il sergente elettromeccanico di bordo Martano Marcacci, era fra i tredici aviatori uccisi nel 1961 a Kindu nella prima missione umanitaria dell’Onu finita nel sangue. Fu fatto prigioniero, fu squartato vivo e i resti furono dati in pasto a una tribù di cannibali. Tutta gente di colore, «con tratti somatici – per dirla con le Sue parole – che non rappresentavano l’italianità». Sono cresciuto negli anni in cui questa drammatica vicenda è stata ricostruita e avrei potuto sbandare verso una china razzista. Ma non l’ho fatto e sono orgoglioso di non aver commesso questo gravissimo errore e di aver evitato di calarmi in un “mondo al contrario”.

Cristiano Marcacci (all’anagrafe Cristiano Martano Marcacci)

Ps. Proprio nel segno dell’inclusività a cui ho fatto riferimento in precedenza, Le manifesto la mia totale disponibilità a un incontro nella sede del giornale nel periodo successivo al 10 giugno prossimo, quando cioè le urne delle Europee saranno chiuse, cosicché Lei non possa sfruttare Il Tirreno per farsi propaganda elettorale. Cordiali saluti.

 

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