Gioco
L'energia delle stelle: Eni spiega la fusione nucleare agli studenti di Scuola2030
L'ingegnera Miriam Parisi, ambassador dell'azienda, ha tenuto un webinar agli alunni del progetto del "Tirreno" dedicato alle scuole superiori
LIVORNO. «È sfidante, ma non spaventiamoci. È la natura che ci chiede di cambiare il modo in cui viviamo. Il mio sogno è vedere un impianto che produce energia elettrica da fusione a confinamento magnetico». A parlare di fusione davanti agli studenti e alle studentesse è Miriam Parisi, ingegnera nucleare e Magnetic fusion specialist di Eni, oltre che Ambassador per l’azienda. Parisi ha incontrato gli alunni e le alunne di Scuola2030, di cui Eni è partner, in un webinar coordinato dalla responsabile di Scuola2030, Francesca Ferri.
Fusione per la transizione
L’obiettivo principale di Eni, energy company impegnata da anni nel percorso di transizione energetica, è quello di produrre energia a zero emissioni di anidride carbonica. Entro quando? L’obiettivo si vuole realizzare entro il 2050. Ma in che modo? Utilizzando le diverse tecnologie sviluppate e in via di sviluppo da parte della società, ma anche puntando a riprodurre in futuro sulla terra l’energia da fusione, l’energia che alimenta le stelle, e quindi anche il sole.
La fusione si ha quando due atomi leggeri dell’idrogeno, come il Deuterio e il Trizio, si combinano – per effetto di altissime temperature, oltre i cento milioni di gradi – per creare un elemento, l’Elio, più leggero della somma dei reagenti e in grado di rilasciare una enorme quantità di energia. Questa energia, che ha determinate caratteristiche.
In primis, è virtualmente inesauribile. Poi è sostenibile, perché non viene emesso nessun gas serra, inoltre, è sicura ed efficiente. Sicura perché in caso di problemi la reazione si interrompe e il plasma si spegne. Efficiente perché produce un’energia stabile ed in alte quantità per grammo di combustibile. Basti pensare che la fusione potrebbe generare quattro milioni di volte in più di energia di quanta ne venga prodotta oggi con il carbone, a parità di grammi di combustibile.
Questa nuova fonte di energia avrebbe l’obiettivo di essere poi indipendente dalla posizione geografica e dalle condizioni meteorologiche e quindi riproducibile su tutto il territorio mondiale. La fusione viene riprodotta all’interno del Tokamak: il reattore nucleare creato per riprodurre sulla Terra i processi che avvengono nel sole e nelle altre stelle. Questo dispositivo è stato progettato per confinare i reagenti con un campo magnetico molto forte e in condizioni estreme (alte temperature).
Ma per questo nuovo processo di produzione non si deve avere timore di alcun tipo di radioattività? «Dalla fusione possono essere prodotti dei rifiuti a bassa radioattività. Questi materiali devono essere subito confinati – risponde Parisi –. Ma mentre con il processo a fissione abbiamo il materiale radioattivo che decade in migliaia di anni, con il processo di fusione il decadimento è molto più veloce. Esistono già dei depositi dove le scorie prodotte vengono conservate, per qualche decennio». Esiste quindi uno stoccaggio e trattamento dei rifiuti radioattivo che si può considerare efficiente, sicuro e validato, come attualmente applicato per i rifiuti della medicina nucleare.
Game-changer
Percorrere la strada verso questa rivoluzionaria tecnologia significa puntare verso un futuro più sostenibile ed è per questo che l’energia da fusione è considerata un game-changer in grado di generare una vera e propria svolta nella transizione energetica.
Eni è stata la prima compagnia energetica a sostenere lo sviluppo dell’energia da fusione e ha avviato da tempo un programma che prevede impegni su più fronti.
In primo luogo c’è la partecipazione in Commonwealth Fusion Systems (CFS). Eni è azionista strategico di CFS, spin-out del Massachusetts Institute of Technology per l’applicazione industriale della fusione a confinamento magnetico. Eni ha investito nella società a partire dal 2018 e, a fine 2021, ha partecipato al nuovo round di finanziamento di CFS continuando la collaborazione attiva per accelerare l’industrializzazione della tecnologia. In questa direzione, a marzo 2023, Eni e CFS hanno firmato un accordo di cooperazione tecnologica per collaborare nel supporto allo sviluppo dell’energia da fusione. Oltre all’investimento e alle attività di collaborazione, Eni è parte del consiglio di amministrazione di CFS e assicura il proprio contributo in termini di risorse e know-how industriale e scientifico. CFS nel settembre 2021 ha già raggiunto un traguardo cruciale con il test del magnete superconduttore ad alta temperatura più potente del mondo, un passo avanti fondamentale sulla strada verso il primo impianto commerciale di energia da fusione.
Reattore dimostrativo
CFS è attualmente impegnata nella costruzione del primo reattore dimostrativo per la fusione, chiamato Sparc, il cui completamento è previsto verso la metà di questo decennio. Sparc permetterà anche di studiare la gestione della potenza e la stabilità del plasma, la resistenza dei materiali nell’ambiente di fusione e l’apparato di iniezione del combustibile. Farà quindi da banco di prova per lo sviluppo di Arc: la prima centrale elettrica a fusione su scala industriale in grado di immettere in rete elettricità con un processo a zero emissioni di CO2, la cui realizzazione è prevista entro i primi anni del 2030. Sono inoltre in essere una collaborazione scientifica con il MIT, nel programma LIFT (Laboratory for Innovation in Fusion Technology) volto ad accelerare l’individuazione di soluzioni in termini di materiali, tecnologie superconduttive, ciclo del combustibile, fisica e controllo del plasma, e la partecipazione al progetto DTT (Divertor Tokamak Test facility) di ENEA, per l’ingegnerizzazione e la costruzione di una macchina a fusione dedicata alla sperimentazione di componenti che dovranno gestire le grandi quantità di calore che si sviluppano all’interno della camera di fusione.
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