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Economia e ambiente

Il porto di Civitavecchia si tuffa nell’eolico off-shore

di Maurizio Campogiani
Il porto di Civitavecchia si tuffa nell’eolico off-shore

Presentata al Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica la manifestazione di interesse per poter realizzare aree portuali atte a ospitare un hub per la costruzione, l’assemblaggio e la manutenzione dei componenti degli impianti eolici. Ma a livello locale la politica sembra essere in ritardo

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CIVITAVECCHIA. Il porto di Civitavecchia guarda all’eolico off shore. Sabato scorso è scaduto il termine entro il quale le autorità portuali italiane potevano presentare le loro manifestazioni di interesse al Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica relativamente all’intenzione di poter sviluppare aree portuali al servizio dell’eolico off shore. Dall’Autorità Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale è partita la missiva che individua una precisa idea progettuale, tendente a fare in modo che nell’area dello scalo trovi ospitalità un hub nel quale possano avvenire la costruzione, l’assemblaggio e la manutenzione delle componenti necessarie alla realizzazione di parchi eolici marini. D’altronde, sul tappeto, ormai da tempo, c’è la proposta di un pool di imprese italo-danese, tra le quali Eni Plenitude, che vuole realizzare un impianto ad hoc al largo delle coste di Civitavecchia. Il progetto presentato dall’Adsp civitavecchiese trae spunto dal vecchio elaborato riguardante la cosiddetta darsena energetica grandi masse, ribattezzata adesso “Mare Nostrum”, arricchito da altri interventi di carattere strutturale. Le modifiche progettuali avrebbero in particolare riguardato la consistenza delle banchine da realizzare, considerati gli enormi carichi richiesti alle banchine dalla presenza dei pesantissimi componenti degli impianti eolici rispetto a normali banchine che nelle intenzioni iniziali avrebbero dovuto ospitare granaglie e carbone. Dal punto di vista finanziario, l’intervento complessivo si aggira sui 500 milioni di euro e per la realizzazione dell’opera saranno ovviamente necessari non pochi anni. Civitavecchia comunque ha risposto “presente”, anche se tutta la questione deve essere ancora definita compiutamente. Mancano, ad esempio, importanti decreti, come il Fer 2, che dovrebbe definire le eventuali agevolazioni da concedere alle imprese che vorranno investire nel settore. E senza di quelli appare difficile che si possa aspirare ad avere un hub, l’unica struttura che garantirebbe la vera occupazione, considerato che i singoli impianti off-shore possono assicurare solo poche decine di posti di lavoro. La sensazione è che Civitavecchia sia comunque politicamente indietro. Tanto per fare un esempio, a Brindisi, altra città che ha ospitato per decenni una centrale a carbone, si sono presentati all’appuntamento assieme a Taranto, proponendo al Governo una doppia candidatura. Ciò proprio per fare in modo che la Puglia possa diventare il centro italiano nella produzione di floaters per gli impianti eolici off-shore. Sulle sponde del Tirreno la speranza è che non si sia arrivati troppo tardi.

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