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L'intervista

Giovanni Dosi, l'economista italiano più citato all'estero: «L'Italia farà la fine della Repubblica di Venezia, caduta come una mela marcia»

di Ilenia Reali
Giovanni Dosi, l'economista italiano più citato all'estero: «L'Italia farà la fine della Repubblica di Venezia, caduta come una mela marcia»

Giovanni Dosi diventa professore emerito alla S.Anna di Pisa. «Il Pnrr era un'occasione ma l'abbiamo persa: arrivati soldi come piano Marshall»

14 maggio 2024
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Giovanni Dosi, docente di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, diventa professore emerito: il titolo gli sarà conferito dalla rettrice Sabina Nuti oggi durante la cerimonia in programma per le 17, 30, nell’aula magna della Scuola. È l’economista italiano più citato a livello internazionale ed è considerato uno degli scienziati con maggiore capacità di analisi e di prospettiva per le questioni di carattere economico. Durante la cerimonia, è prevista la lectio magistralis “Le motivazioni, l’ethos e gli obiettivi della ricerca scientifica”. Schietto e senza infingimenti, racconta al Tirreno come legge le trasformazioni economiche e politiche del nostro Paese.

Professore, che opinione ha sulla situazione del nostro Paese dal punto di vista economico?

«Sono estremamente pessimista perché la continuità nelle politiche liberiste e di austerità sta portando al massacro sociale e al ridimensionamento della crescita. C’era un’occasione che abbiamo perso che era l’uso strategico dei fondi Pnrr che invece stiamo spendendo nelle cose più facili da fare. Teniamo conto che l’ammontare dei soldi che Conte era riuscito a portare in Italia erano l’equivalente del piano Marshall dopo la seconda guerra mondiale».

Quali erano per noi le priorità?

«Primo, la sanità pubblica che è stata distrutta dai governi di sia di destra e che di centrosinistra con un progressivo trasferimento alla sanità privata. Sarebbe stata l’occasione di rilancio. Secondo, il clima. Per i governi italiani il cambiamento climatico sembra sia un lusso e non una necessità. Va assolutamente affrontata la situazione mentre abbiamo preferito il superbonus che ha fatto ripartire l’economia ma nella peggiore maniera keynesiana, dando i soldi a chi li aveva già alimentando un basso moltiplicatore di produttività e di capacità produttiva industriale. Meglio di niente, per carità ma avremmo potuto spendere quei soldi in maniera diversa. E poi al nostro Paese serve un vero piano industriale: le multinazionali stanno chiudendo in Italia, Stellantis è già scappata. I nostri governi sono stati incapaci di negoziare ma solo capaci di dare i soldi quando le multinazionali ne hanno avuto bisogno senza chiedere niente in cambio: un disastro».

Qual è secondo lei la cosa peggiore che ha fatto il governo Meloni?

«È difficile. Dal punto di vista economico ha continuato le politiche di Draghi con più incompetenza e più demagogia. Al di fuori dell’economia ha fatto cose molto gravi: c’è uno slittamento progressivo verso il controllo politico della magistratura, della Rai (che c’era già ma è diventato asfissiante). Una cosa pessima, forse la peggiore, è stato eliminare il reddito di cittadinanza che ha fatto precipitare nella povertà assoluta milioni di italiani».

C’è chi le direbbe che il reddito di cittadinanza non è stato supportato da politiche per trovare lavoro…

«Non è vero. Se il lavoro non c’è, non c’è. A Scampia l’unica alternativa è la delinquenza. E’una risposta infondata: lo dice l’Istat, la Banca d’Italia, l’Unione europea».

Del premierato cosa pensa?

«Tutto il male possibile. Distrugge il bilanciamento costituzionale voluto dai padri costituenti tra parlamento, esecutivo, presidente della Repubblica. Non è che portando più decisionismo le cose migliorino, il contrario. Esautorano semplicemente i cittadini dall’influenza sui propri rappresentanti. È una tragica farsa».

Secondo lei che occasione abbiamo perso, se l’abbiamo persa, sulle candidature per le Europee?

«Le candidature in Europa sono il riflesso dello stato politico dell’Italia e degli italiani. Con il nostro atteggiamento molto provinciale, vediamo le Europee come il super sondaggio per le future elezioni italiane».

Tra i candidati c’è anche Vannacci.

«In qualsiasi altro paese civile non se ne parlerebbe neanche. In Germania, per quello che scrive e dice, sarebbe stato semplicemente denunciato, non candidato»

I cittadini italiani quindi cosa dovrebbero fare per esprimere la propria contrarietà?

«Ribellarsi in tutte le maniere possibili. Ci stiamo abituando al peggio. Facciamo come Mitridate VI, re del Ponto, che per paura di essere avvelenato cominciò ad assumere veleno per raggiungere l’assuefazione con dosi non letali. Noi stiamo mangiando dosi di veleno. Ora la Cgil ha organizzato una raccolta di firme per abolire il Job Act, una disgrazia che ha spostato i rapporti di forza verso le imprese, le peggiori imprese, quelle che campano su bassi salari, lavoro precario. Le altre imprese, quelle sane, non ne avevano bisogno. Credo sarebbe un’occasione per farsi sentire».

E in Toscana c’è stata, secondo lei, un’occasione persa?

«Ho seguito la vicenda della Gkn. Lì gli interventi della Regione sono stati timidi, tardivi, non decisivi e non incisivi. Si è persa l’occasione per salvaguardare posti di lavoro trasformandoli in occupazione verde. Il governo poi è stato totalmente assente».

Ha fiducia nei giovani?

«Non molta. Anche loro riflettono i tempi: sono individualisti e abbastanza passivi. Ci sono delle scintille incoraggianti come le posizioni su Gaza… Ma sono iniziative ancora timide».

Hanno contestato la ministra Roccella sull’aborto. Sono stati molto criticati.

«Ci sono sempre state le contestazioni. Hanno manifestato il proprio dissenso, non esageriamo nelle reazioni. Lo Stato che arriva e manganella studenti inermi davanti alla Normale mi pare assai più pesante».

È pessimista su tutti i fronti.

«Siamo in un trend di decadenza. Un po’ come la Repubblica di Venezia che ci ha messo tre secoli per accorgersi di cosa stava accadendo e poi è caduta come una mela marcia. Siamo su quella strada. Abbiamo un’industria manifatturiera distrutta, i pochi gioielli di famiglia li diamo agli stranieri»

Ci dica allora chi è stato il migliore ministro dell’Economia degli ultimi anni?

«Sono in imbarazzo. Riesco a pensare solo ai peggiori: l’attuale e Tremonti».

Professore, ha mai pensato di fare politica?

«Mi è stato proposto di entrare nel governo ombra dei Cinquestelle ma con basse capacità di esprimere le mie idee. E ho detto di no. Ho avuto simpatie per i Cinquestelle, pensavo potessero essere un motore di cambiamento anche se sono sempre stato molto scettico su cose come “uno vale uno” e soluzioni demagogiche e irrealiste che sostenevano. Se ci fosse stato un governo M5S-Pd avrebbe potuto fare cose egregie. La verità è che in Italia non c’è una sinistra ed è una cosa drammatica».

Neanche quella di Schlein è sinistra?

«Spero che Schlein stia imparando, viene da una storia di diritti civili ma di politica industriale non ne ha masticata molta. È poi in un partito che ha un’ossatura fatta prevalentemente di portavoti. Il Pd dovrebbe rivedere il programma sociale e, diciamocelo, servirebbe anche l’abolizione dello status privilegiato delle cooperative, che alimentano i portavoti e sono un meccanismo di caporalato legalizzato».

Per la Regione Toscana, alle prossime elezioni, che coalizione auspicherebbe per il centrosinistra?

«Una coalizione Pd-M5S».

Senza Renzi?

«Senza, senza. Renzi ha tolto al Pd l’identità di sinistra su uguaglianza, lavoro, redistribuzione del reddito. È stato anche rivendicato il superamento di questi valori come un elemento di modernità mentre è stato un traghettamento del partito a destra. È stato, secondo me, una malattia, spero non terminale, per il partito».

Ma lei si candiderebbe (e con chi) se glielo proponessero?

«Per candidarsi c’è bisogno di una casa in cui ci si identifica un po’. Io di case, per me, non ne vedo».

 

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