Il Tirreno

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Primo Maggio

Capostazione morto a 50 anni, il figlio Michele: «Quel posto a tavola dove mio padre non sedette più»

di Martina Trivigno

	Michele Citarella
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Michele Citarella

Ciro Citarella scivolò a terra e batté la testa: «L’azienda in cui mio padre lavorava adesso è la mia azienda»

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Ciro Citarella, 50 anni, lavorava come capostazione a Lucca. Era il 28 dicembre 2005 quando il laccio del giubbotto invernale che indossava rimase impigliato in un punto interno della locomotiva da cui stava scendendo. Neve e ghiaccio resero insicuro l’appoggio del piede, così il capostazione scivolò a terra e batté la testa. Morì all’istante: fu una tragica fatalità. All’epoca, suo figlio Michele aveva 23 anni e si era laureato da poco. Da quel momento, ha dovuto fare i conti con una terribile assenza nella sua vita, ma racconta: «L’azienda in cui mio padre lavorava adesso è la mia azienda».

Cosa ricorda di quel giorno?

«Tutto: la neve, un allenamento la mattina in un campo di calcio innevato e il rientro a casa. Intorno alle 13, apparecchiai la tavola per il pranzo: misi a tavola quattro bicchieri e quattro piatti, ma contemporaneamente in famiglia rimanemmo in tre. Ricordo che mia madre, appena arrivammo in stazione, chiedeva a tutti dove fosse mio padre. Le rispose un capotreno che le corse incontro per dirle “Ciro non c’è più”. Ricordo tutto; perfino una vicina di casa che tolse l’albero di Natale per fare posto alle tante persone che, saputa la notizia, arrivarono in casa. Di quel giorno, ricordo tutto».

Cosa le è rimasto più impresso? Come è riuscito a superare il dolore per la perdita di suo padre?

«Mi fece forza la tanta gente accorsa in chiesa per affetto e vera riconoscenza verso quel napoletano che aveva prestato impegno nella comunità che ha adottato lui e la sua famiglia. E ancora, l’omelia di monsignor Pierluigi D’Antraccoli durante il funerale che si interruppe due volte perché non riuscì a trattenere le lacrime. Fu incredibile anche quanto avvenne nelle settimane successive alla morte: si presentarono a casa diversi avvocati e agenzie investigative che chiesero per mesi autorizzazioni per indagare, imbastire cause con promesse di importanti rimborsi Inail. Avance che, con mia madre e mio fratello, abbiamo respinto. Il dolore è comprensibile, ma si deve superare: fede, impegno verso una comunità, di lavoro e di quartiere sono stati per me importanti».

Ad esempio?

«In stazione a Lucca c’è un cippo che ricorda mio padre; nel quartiere dove abito, la palestra dove le mie figlie e mio nipote si allenano portano il nome del loro nonno. Aggiungo che nella mia famiglia era garantita serenità economica: in alcuni casi, la morte di un familiare può lasciare senza reddito e impoverire coniuge e figli. Non voglio apparire materiale, ma è inutile negare che se al dolore si aggiungono problemi materiali, le difficoltà ad uscire dal dolore aumentano».

Nel suo caso, poi, da una tragedia, dovuta a una fatalità, è nato anche qualcosa di positivo.

«In alcuni casi c’è la rabbia per i comportamenti sciagurati dei datori di lavoro o per le negligenze di un gruppo di lavoratori. Difficile in certi casi trovare qualcosa di positivo. Non fu questo il caso di mio padre e non ho mai portato rancore verso nessuno perché non c’era motivo. Anzi, l’azienda in cui mio padre lavorava è adesso la mia azienda. Nel contratto collettivo di lavoro delle attività ferroviarie è presente un articolo che prevede, in casi di infortunio mortale come avvenuto a mio padre, l’assunzione del coniuge o del figlio».

Così fu assunto lei?

«Sì. Quando mio padre morì mi ero da poco laureato e così intrapresi quello che è il mio attuale lavoro. La vita di mio padre non potrà mai essere restituita, ma questa opportunità da parte dell’azienda è una risposta non solo pratica ma dall’alto valore simbolico».

Cosa si sentirebbe di dire a chi si trova a vivere il dramma di un genitore morto sul lavoro?

«Difficile trovare una ricetta. Posso dire che impegno civico e desiderio di portare avanti le volontà di mio padre sono state per me molto utili. Mio padre aveva scritto un libro sulla storia del quartiere in cui viveva e aveva iniziato a scriverne il secondo volume. Un mese dopo la sua morte, ho continuato io a scrivere il libro e a pubblicarlo. Proprio lo scorso febbraio, ho aggiunto un altro episodio verso la metabolizzazione del tragico evento».

Quale?

«Un ragazzo mi ha consegnato un libro autobiografico appena pubblicato in cui ricorda quando, in tenera età, faceva con il nonno delle visite in stazione. In poche righe aveva descritto bene mio padre: ai suoi ricordi di una foto con berretto rosso e paletta prestate da mio padre, sono seguite le lacrime quando seppe che quel “simpatico capo stazione” purtroppo non c’era più».

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