Sicurezza
Patrizia e la mano persa a preparare le pizze: «Proprio a me, responsabile della sicurezza»
Quattro anni fa la sua vita è cambiata per sempre. Patrizia, 53 anni: «Non ho fatto nulla che non avrei dovuto fare»
Patrizia Mercogliano ha 53 anni. Era un’operaia di un’azienda di pizze surgelate, era anche la rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. E quattro anni fa la sua vita è cambiata per sempre. La vita, a volte, è bizzarra. Lavorando ha perso l’uso di una mano, stritolata da un macchinario. Oggi, Primo Maggio, dà un messaggio che ognuno di noi, ogni azienda, non dovrebbe mai dimenticare. «Il lavoro dovrebbe essere dignità. Invece le persone sono considerate numeri, merce di scambio, spesso inutili. Deve cambiare».
Cosa è accaduto quattro anni fa?
«A settembre 2020, ero da poco entrata al lavoro. Il mio turno era 18-24. Dovevo preparare della farcitura per il giorno dopo. Erano da poco passate le 19, sono rimasta incastrata con la mano nel macchinario. Di quanto è accaduto in quel momento, dei dettagli dell’infortunio, non posso dire altro perché c’è un processo in corso».
La sua mano in quali condizioni era?
«Era accartocciata in un cilindro a spirale, dal polso. Era completamente spaccata, distrutta. Ho visto recentemente le prime radiografie fatte dall’ospedale di Prato prima del trasferimento a Modena. Non ho mai visto la mano prima dell’intervento. So che era maciullata».
Lei era lucida?
«Sì, fortunatamente. Non sentivo neppure dolore, non so se era l’adrenalina. Sentivo solo la mano bloccata e che non potevo tirarla via. Avevo capito che era qualcosa di serio, ho chiesto di chiamare i vigili del fuoco. Mi hanno liberata loro. Ero molto vigile, attenta ma non avevo coscienza del tempo. Tutti mi hanno riferito della mia lucidità, almeno fino al momento in cui sono salita in barella. Il tragitto non lo ricordo bene, solo quando mi sono alzata con l’elicottero».
C’è qualcosa che ricorda invece con senso di gratitudine?
«I medici che mi hanno seguita. Ma anche un medico, o forse un infermiere, che mi ha soccorsa per primo. Bravissimo, mi teneva sempre lo sguardo incollato al suo, non mi ha mai fatto vedere la mano. Vorrei ringraziarlo. Sono arrivata all’ospedale di Modena che era quasi mezzanotte e mi hanno fatto entrare in sala operatoria. Ho avuto il primo intervento, 12 ore, per ricostruire la mano. Poi ho avuto un’altra decina di operazioni. Sono rimasta in ospedale ricoverata per un mese e 5-10 giorni. Eravamo in pieno Covid, quindi era completamente sola. Lì ho incontrato persone mai viste con cui sembravamo amiche da anni. Per un anno ho fatto avanti e indietro dal lunedì al venerdì, ogni giorno per la fisioterapia.
Non ha avuto paura dell’amputazione?
«Non ho mai capito che potesse accadere nonostante fosse un’ipotesi possibile. Ho una mano completa ma non ha una funzionalità, esiste e basta».
Come la usa?
«Sono testarda. Le dico di fare quello che dico io e non quello che decide lei. Vince lei. Sono stata anche al centro protesi Inail di Budrio e lì mi si è aperto un mondo. C’erano vetrine piene di “pezzi di ricambio”. Ero sconvolta. Dopo le varie visite, sono stata inviata in una sala silicone. Mi hanno fatto un guanto speciale che serve per drenare, per una protezione».
Come vive questa situazione?
«All’inizio facevo delle battute. Il medico mi disse che avevo lo spirito giusto ed io risposi “se piango cosa risolvo”. Lui rimase colpito. Ecco, come l’ho presa».
Sta lavorando?
«Pensavo di non rientrare più. Poi ho fatto la visita del lavoro e mi è stato detto che potevo fare o il controllo qualità o un lavoro di ufficio. A ottobre di due anni dopo sono quindi rientrata. L’azienda è fallita e ora è in ristrutturazione. La nuova proprietà sta valutando quale sarà la mia ricollocazione».
Si è sentita responsabile?
«Mi sono chiesta più volte come ho fatto, proprio io rappresentante della sicurezza. Sapevo di non aver fatto nulla di sbagliato e, al di là del processo, è già stato certificato anche dall’Inail. Non ho fatto nulla che non avrei dovuto fare».
Può esistere il rischio zero?
«No, non esisterà mai».
Come si “rinasce” da un infortunio così grave?
«Con tanta testardaggine, Con tanta voglia di andare avanti: sono viva e posso dare ancora tanto. Anche con una mano sola».
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