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25 Aprile, Francesco Guccini: «Con Meloni tira una brutta aria ma sorge una nuova Resistenza» – Video

di Mario Neri

	Francesco Guccini con Andrea Scanzi durante l’intervista nella Pieve di Gropina
Francesco Guccini con Andrea Scanzi durante l’intervista nella Pieve di Gropina

Il cantautore parla di libertà da una chiesa romanica nell’Aretino: «Oggi abbiamo fatto piangere Giorgina». E poi: «Io mai stato comunista». Il reportage da Loro Ciuffenna

25 aprile 2024
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Chissà se davvero sarà stata l’ultima volta di fronte al suo pubblico, che lo considera un faro quando la luce della sinistra si spegne. È venuto fin qui per ascoltarlo, in questa pieve romanica che si incendia di rosso e cobalto nel tramonto del Valdarno. La gente di Gropina è in fondo un popolo di testardi scarpinatori, disposto a fare un po’ di fatica anche nel giorno di festa se la festa è la Liberazione, perché in “Quel giorno d’aprile” ci crede, ci ha sempre creduto, nonostante da anni il main stream del populismo propini la ricetta nichilista dell’indifferenza ideologica, come se l’antifascismo fosse diventato noioso e ammorbante, un brand per inguaribili nostalgici con la pretesa di voler insegnare agli altri come va il mondo. Come se la folla venuta fin qui fosse una mandria di rancorosi vecchietti privi di senso dell’umorismo avvizziti dagli anni e da un ideale scaduto come uno yogurt. E invece ci sono donne, uomini, ragazzi, ragazze, bambini e bambine, ché la Costituzione e la Resistenza sono sentieri da percorrere ad ogni età.


Ecco, lui, il sex symbol di questo popolo, come lo ha appena annunciato Paolo Hendel dal pulpito – perché davvero lo è, un’icona sexy emozionale di storie e valori –, si definisce con un’autoironia disarmante uno affetto da «fighettismo pseudo-intellettuale», quello grazie al quale gli sarebbero riuscite canzoni come Farewell, Cyrano, perfino l’Avvelenata che non ama o l’ultimo Odysseus che invece lo appaga. Sì, Francesco Guccini è un uomo spiritoso, buffo, con quel vocione che gorgoglia parole da quando ha iniziato a rispondere alle domande, accomodato su una seggiola di legno posizionata davanti all’altare, non fa che sfornare battute e freddure sul governo di destra, certo, ma soprattutto su sé stesso. Ammette di essere affetto da masochismo, «per questo guardo Rete4», che non è mica vero che bevesse come una spugna durante i concerti e che quella del cantautore di sinistra sempre col fiasco accanto è una «favola», che io «sono timido, schivo» e con la «mano tremante» non lo avrei sollevato. Semmai, mandava giù un goccio di lambrusco, giusto un goccio per darsi coraggio.

Ma appunto non è estraneo al Paese. Conosce tutto, segue tutto Guccini. Intervistato da Andrea Scanzi dice che nell’Italia di Meloni «tira una brutta aria», aleggia una certa «tracotanza», che Saviano e Scurati «non esagerano» quando sostengono che la libertà è a rischio, «ma sta nascendo una nuova Resistenza, di voci molto più solide della mia che contrasta questa arroganza». A Scanzi che gli chiede se sappia che Meloni gli ha dedicato una pagina del suo libro dichiarandosi una sua fan, ricorda di quando un giorno, a casa, lo chiamò «Giorgina» (sì, Guccini la chiama sempre così, Giorgina): «Giorgina era segretaria del Fronte della gioventù o Azione giovane, vabbè, quella roba lì, mi chiese se sarei andato ospite ad Atreju. Ma vi pare che vado dai fascisti».


Sono arrivati in migliaia alla Pieve di Gropina per ascoltarlo, tanti che molti, moltissimi, sono dovuti restare fuori assiepati intorno alla chiesa abbarbicata su questa collina. L’hanno organizzata Enzo Brogi con la sua Altre Direzioni, associazione che porta il nome della rubrica che da due anni tiene sul Tirreno, e Marco Noferi della cooperativa Paterna, proprio seguendo una suggestione del cantautore, amico e compagno di cene. Loro Ciuffenna, pieve di San Pietro a Gropina, mèta antica di pastori transumanti, predicatori, mercanti e uomini di guerra, che la leggenda popolare vorrebbe perfino fondata da Matilde di Canossa; pochi chilometri da Levane, sempre nell’aretino, dove il poeta di Pavana ha tenuto 50 anni fa quello che ancora considera il suo primo concerto. Nelle navate della chiesa la gente è arrivata da Firenze, Pisa, Livorno, perfino da Roma. Fuori servirebbe un maxischermo. Ci sono il sindaco Moreno Botti, il vescovo Andrea Migliavacca, l’assessora Alessandra Nardini, la “rossa” della giunta Giani ha portato i genitori, fan accaniti dell’autore di Auschwitz e tanti altri capolavori. E pure Antonio Mazzeo s’è seduto in prima fila.

Guccini devono trasportarlo in auto, una Panda rossa, fino alla porticina che si apre su uno dei fianchi della basilica in un vicolo di ciottoli. Non sono più gli anni delle balere, Guccini è un uomo anziano che dev’essere sorretto. Ma qui nessuno vuole il corpo di un leader, aspettano tutti la sua intelligenza e le sue parole, la locomotiva della gente di Gropina. L’ingresso in chiesa è una specie di rito collettivo, più che un applauso è uno scroscio liberatorio.

Il paese è in festa e saluta i soldati tornati/mentre mandrie di nuvole pigre dormono sul campanile.

Qui il paese festeggia il ritorno dell’uomo che è stato aedo e custode di di libertà. Che differenza c’è fra il Guccini di adesso e quello di 50 anni fa?, chiede Scanzi. «Che prima ero un giovane coglione, adesso sono un vecchio coglione», dice quasi alla fine Francesco, che ormai qui lo chiamano tutti per nome, anche se ha 84 anni e sembra un filosofo in questa Mileto della Resistenza. Così, prima che inizi l’intervista Brogi ricorda che questo è il 25 Aprile, che «tutte le ideologie che comprimono la libertà delle persone devono essere combattute, ma non possiamo cancellare il fatto che in Italia c’è stato il fascismo che ha tolto la libertà a tutti e ha ratificato le leggi razziali». Giampiero Bigazzi alla chitarra ha appena cantato “Dio è morto” ed è quasi svenuto dall’emozione per averlo fatto di fronte a chi l’ha scritta. Nella chiesa però è cresciuto un mormorio sommesso, nel climax s’è fatta basilica e cattedrale.

Questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza è diventata una preghiera corale. L’applauso sembra l’ultima grandinata su una batteria. Padre Bernardo Gianni, l’abate benedettino della basilica fiorentina di San Miniato al Monte che ha organizzato la prima fiaccolata per la pace fra Israele e Palestina in Italia, invita a non rassegnarsi «alla follia della guerra» e poi sorprende tutti. «Teniamo l’anima di fronte a una scatola vuota che è diventata la televisione censurata. Fratelli e sorelle, compagni e compagne, cum panis, siamo qui a condividere parole di futuro. Nel mondo che faremo Dio è risorto», Poi, le risate. Fragorose, quando Paolo Hendel racconta: «La Meloni l’hanno portata anche dal logopedista. Niente, non c’è verso, non riesce a dire “Sono antifascista”. Ne sono successe di tutte. Abbiamo dovuto sopportare anche di vedere Liliana Segre, testimone della Shoah, consegnare la carica di presidente del Senato a Ignazio La Russa, come se in crociera dall’altoparlante dicessero “Il nuovo comandante della nave, Francesco Schettino. Buon viaggio». Poi arriva il momento di Francesco. E Guccini non si risparmia. Un’ora di intervista. Racconta dei cantautori che ha avuto per amici, «Gaber, Ligabue e Zucchero, questi due erano reggiani, parliamo quasi lo stesso dialetto». Di come con De André non si siano mai presi («Dovevamo fare un tour, ma poi erano tempi in cui io parlavo molto sul palco, lui per nulla. E non ne facemmo niente»). E a chi fosse sfuggito rivela: «Io mai stato comunista. Non mi andava giù Stalin e l’unione sovietica. Oggi sì, voterei Pci. Sono sempre stato azionista, del partito d’Azione. Ora voto Pd, ma non so perché...». «In tanti non lo sanno, e da anni», lo spalleggia Scanzi. Giù risate. Scherza su Giorgina: «Oggi gliene avete dette di tutti i colori, l’abbiamo fatta piangere». Ma poi si fa serio. Dice che se lei è al potere «è colpa di Berlusconi e del suo impero televisivo che ha sdoganato la destra». Per questo oggi «tira una brutta aria». Ma sta nascendo «una nuova Resistenza».

E da questo giorno d’aprile l’Italia cantando libera allaga le strade, sventolando nel cielo bandiere impazzite di luce.

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