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Dillo al direttore
L'analisi

Dillo al direttore: nuovi posti di lavoro, ma il Pil è stagnante. La ragione? Tutti impieghi con bassi salari

di Alessandro Volpi (Università di Pisa)
Dillo al direttore: nuovi posti di lavoro, ma il Pil è stagnante.
La ragione? Tutti impieghi con bassi salari

21 marzo 2024
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Ecco uno degli interventi dei lettori pubblicati sull’edizione cartacea di giovedì 21 marzo, nella pagina dedicata al filo diretto con il direttore de Il Tirreno, Cristiano Marcacci. “Dillo al direttore” è l’iniziativa che permette alle persone di dialogare direttamente con Cristiano Marcacci, attraverso il canale WhatsApp (366 6612379) e l’indirizzo mail dilloaldirettore@iltirreno.it.

Nel 2023 in Italia sono stati creati quasi 500mila nuovi posti di lavoro ed è aumentato anche il numero delle ore lavorate. Il Pil però è rimasto stagnante.

Le ragioni di un simile fenomeno sono tante ma alcune sono evidenti. Per moltissimi di questi posti, si tratta di lavori con basse retribuzioni. In diversi casi il ricorso al maggior numero di ore lavorate si è accompagnato ad una riduzione degli investimenti in macchinari e in innovazione; quindi si è tornati ad un paradigma proto industriale con salariati sotto pagati al posto degli investimenti. Non è un caso che la produttività italiana continui a rimanere bassa. A rafforzare tale ipotesi concorre il fatto che il settore nel quale è stato creato un maggior numero di nuovi posti di lavoro sia quello dell'edilizia che registra anche il maggior numero di incidenti sul lavoro. Inoltre, la creazione di posti si è concentrata a Nord e dunque questa distribuzione polarizzata non aiuta la crescita del reddito del paese.

Nel frattempo si rafforzano due tendenze che non favoriscono certo la tenuta dell’economia italiana. Entrambe hanno a che fare con una sottrazione di possibili investimenti nel nostro paese. Secondo gli ultimi dati, nel 2023 il Private banking in Italia – il “rischio” gestito da operatori bancari dei risparmi degli italiani più facoltosi – ha raggiunto la cifra record di 1.100 miliardi di euro, a dimostrazione di una evidente polarizzazione della ricchezza. Di questi 1.100 miliardi circa il 65% è stato destinato all'acquisto di azioni, bond e titoli di Stato degli Stati Uniti, al di fuori quindi del nostro paese. La seconda tendenza si lega alla cruciale questione fiscale. L'Agenzia delle entrate, dunque la collettività, vanta crediti verso soggetti che non hanno pagato debiti, di varia natura, nei confronti dell’Erario per oltre 1.300 miliardi di euro. Di questi 1.200 non sono più recuperabili: ciò significa che qualcuno non li ha pagati e che li hanno pagati quelli che già pagavano, con un aumento, ingiusto, del carico fiscale. Non esiste infatti la cancellazione dei crediti dello Stato verso i contribuenti perché, in quanto iscritti nei bilanci, devono essere coperti e quindi devono essere pagati. La pessima morale è molto semplice: chi è tassato alla fonte, nella stragrande maggioranza dei casi il lavoro, paga sempre il conto di chi viene beneficiato dalla cancellazione dei crediti dei morosi che sono, in larghissima parte, quelli che hanno un debito con l'Erario superiore ai 100mila euro. Nella stessa ottica occorre rilevare che i dati forniti dall'Agenzia dell'entrate in merito ai crediti non riscossi fanno emergere che, dopo 10 anni, il tasso di riscossione per crediti inferiori ai 100mila euro è del 18%, mentre crolla al 3% per quelli superiori a 100mila euro. In sintesi, i grandi evasori non pagano mai e le risorse per incentivare la buona occupazione, per migliorare le retribuzioni e favorire gli investimenti produttivi si riducono. Ad una simile riduzione concorre anche la Bce che continua a remunerare i depositi delle banche ad un tasso del 4% garantendo loro significativi extraprofitti. Il dato più doloroso però è costituito dal fatto che, per “pagare” tali extraprofitti, l'istituto presieduto da Christine Lagarde toglie risorse agli Stati membri dell'Eurozona. Se non remunerasse al 4% le banche, la Bce potrebbe finanziare l'acquisto di debito pubblico da destinare alla spesa dei vari Stati membri, a cominciare, di nuovo, dal sostegno agli investimenti produttivi. Ma la cosa ancora più folle è che la Bce paga il 4% alle banche perché queste riducano i loro finanziamenti a imprese e famiglie in modo da bloccare l'inflazione con la recessione. In realtà le banche continuano a prestare ma solo a tassi molto più alti e a soggetti che hanno maggiori garanzie. La recessione colpisce così in modo molto mirato le fasce sociali più fragili e genera un lavoro povero che cresce senza far crescere i redditi.
 

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