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Moda, frena la filiera toscana: negativi i numeri del 2023. I settori che soffrono di più e i rischi per l’occupazione
L’analisi dell’Irpet: in calo produzione ed export, si contrae anche la domanda di lavoro
Frena la moda toscana. Anzi inchioda: a dicembre 2023, infatti, la produzione è scesa del 5% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, ma a maggio era diminuita addirittura del 12% e ad aprile e settembre dell'11%. Lo afferma, dati alla mano, l'ultima nota congiunturale dell'Irpet, diffusa nella giornata di ieri, ed emblematica fin dal titolo: “La difficile congiuntura del comparto moda toscano nel corso del 2023”.
È proprio così. La frenata, infatti, arriva sì «dopo un lento ma progressivo recupero post-Covid» come si legge nel report, ma investe tutti i settori del comparto. Basta guardare la dinamica delle esportazioni nei primi nove mesi dell'anno appena trascorso per rendersene conto: drastico il calo nelle calzature che hanno fatto segnare un -16,8% rispetto allo stesso periodo del 2022, ma l'andamento è ampiamente negativo anche per il tessile (-6,7%), le pelli (-5,0%) e l'abbigliamento (-6,7%). Il paradosso, e anche l'elemento di preoccupazione, è che la moda toscana, tradizionale locomotiva dell'economia regionale, quasi si ferma, mentre l'intero comparto a livello globale sembra spiccare il volo.
La fotografia scattata dall'ultimo report di Mediobanca, al riguardo, è più che eloquente: nel 2023 la crescita è stata del 7%, con punte del 9% per il lusso, e le prospettive per il 2024, restano di segno positivo, sia pure con una crescita più contenuta, che a fine anno dovrebbe attestarsi attorno al +4%.
I settori che soffrono di più
Tutt'altra musica in Toscana, senza distinzione per settori e nemmeno per territori. A Firenze, nei primi nove mesi del 2023, sono crollate le esportazioni del settore calzaturiero che fanno capo prevalentemente alle principali aziende del lusso operative nell'area di Scandicci, diminuite addirittura di un quinto (-21%). Ma rallenta visibilmente anche l'export dell'abbigliamento (-8,0%) e delle pelli (-5,0%).
Situazione simile nel Comprensorio del Cuoio, in provincia di Pisa: qui la frenata delle calzature è più lieve (-3%), ma calano drasticamente le esportazioni delle pelli conciate (-10%). E soffre anche l'export del territorio pratese, con il tessile che scende di sette punti percentuali e l'abbigliamento di quattro. Tiene, almeno apparentemente, solo la provincia di Arezzo dove l'export dell'abbigliamento registra un +7%, le pelli arrivano al +9% e le calzature addirittura al +16%. In questo territorio, però, «la dinamica è stata positiva anche per via di un andamento molto meno brillante rispetto ad esempio alla provincia di Firenze negli anni precedenti», scrivono Natalia Faraoni, Tommaso Ferraresi e Donatella Marinari, i ricercatori dell'Irpet che hanno elaborato il report.
L’impatto sull’occupazione
La crisi congiunturale della moda toscana fa sentire pesantemente il suo impatto anche sull'occupazione. Intanto sulle nuove assunzioni, ossia sugli «avviamenti dei nuovi contratti»: a settembre e ottobre 2023 sono stati il 21% in meno rispetto agli stessi mesi del 2022, a novembre addirittura il segno negativo è arrivato al -32% e a dicembre si è fermato a un tutt'altro che lusinghiero -25%. Risultato, secondo le stime dell'Irpet anche l'occupazione dell'intero comparto si è bloccata: i lavoratori della moda in Toscana sono fermi a “quota” 112mila da nove mesi, mentre fra l'inizio del 2022 e il marzo del 2023 erano aumentati di 6mila unità. S'intensifica, invece, il ricorso alla cassa integrazione e agli ammortizzatori sociali: a dicembre 2023 i lavoratori interessati sono stati 6.690, il 6,0% degli occupati nell'interno comparto e 1.594 in più rispetto a novembre. Particolarmente pesante il quadro nei settori della pelletteria, concia e calzature dove i lavoratori in cassa integrazione arrivano addirittura al 9,2% di tutti gli occupati, con punte del 9,9% in provincia di Firenze e del 15,3% in quella di Pisa. Ma è in sofferenza anche l'occupazione nel tessile, in particolare in provincia di Prato, dove i lavoratori interessati da cassa integrazione sono l'8,9% del totale. Va meglio, invece, nelle confezioni: qui le richieste di cassa integrazione si fermano allo 0,3%.
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