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Tra calcio, affari e ghost-politica: che fine ha fatto Luca Lotti?

di Mario Neri
Tra calcio, affari e ghost-politica: che fine ha fatto Luca Lotti?

Il “biondo” di Montelupo, ex secondo uomo più potente d’Italia, ha cambiato vita. Ora si occupa di calcio e affari, ma tesse ancora la tela con i potenti e il partito

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Senza politica la sua qualità della vita è migliorata perché «non sono più interessante». Senza politica ogni tanto si sente uno senza qualità e pieno di esperienza. «Mi chiedete tutti consiglio perché non vi faccio più paura, ammettetelo, nessuno di voi teme vi possa fare le scarpe o prendere il posto», dice sorridendo a sindaci, assessori, governatori e parlamentari a cui sussurra ancora “la linea”.

E pensare che Matteo Renzi l’aveva scelto perché «di politica non capivo nulla, ma proprio nulla. Ma a lui andava bene così perché cercava uno estraneo a questo mondo», raccontava ai tempi della rottamazione, quando l’Italia era tutta un Giglio Magico. Ora il “biondo” di Montelupo vive una personale battaglia fra mondi, il nuovo e il vecchio. La sua caravella ogni settimana oscilla fra il centro tecnico dell’Empoli calcio a Monteboro e Firenze, Milano e Bari, Roma e magari Napoli. Oscilla, sì. Ma spesso la rotta torna quella di un tempo. E se vi chiedete che fine abbia fatto l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio ed ex ministro dello Sport, se credete che abbia intrapreso una nuova navigazione, lontana dal partito, dal lavorio di relazioni, trattative, affari e potere, sappiate che Luca Lotti è ancora lì. Magari ammaccato, ma ogni mattina si alza e cavalca un’onda fra la gente che conta.

Alla mèta – la politica – ora arriva facendo larghi giri. Dal 16 agosto 2022 la via maestra gli è interdetta. Il giorno in cui Enrico Letta il «rancoroso» – lo definì così – gli ha negato la ricandidatura nel Pd che non ha mai lasciato. Il “Lampadina”, come ancora lo chiamano gli amici del liceo, era finito nell’ombra, schiacciato in un angolo dai compagni di partito e dalle accuse che deve sostenere nel processo su Open, la cassaforte del renzismo messa in piedi per finanziare la Leopolda e di cui deteneva chiavi e segreti. Chi è rinviato a giudizio per corruzione, per statuto, non può candidarsi. Era solo indagato, Letta scelse la linea dura.

Ci ha messo un mese a reinventarsi. Consulente per l’Empoli calcio, di cui sta curando il progetto di restyling dello stadio Castellani, poi advisor per Humangest a Milano, una grande società di formazione, e per la Fondazione Fair Play Menarini. L’ex secondo uomo più potente di Italia ha aperto una partita Iva e rispolverato la sua vecchia laurea in gestione delle risorse umane. Ma in fondo le risorse che usa sono quelle di sempre.

Del resto, se speravi di parlare con Matteo, prima dovevi passare da Luca. Se cercavi informazioni su un progetto di una azienda di Stato, prima dovevi trovare Luca. Se c’era una candidatura da sbloccare, la porta a cui bussare era quella di Luca. Anche dopo la scissione, quando lui decise di restare fra i dem e costruire la sua corrente, quella dei Br, come i compagni di partito chiamavano, ironizzando, Base riformista, la sua creatura centrista. Una provocazione per lui sempre stato anticomunista. E anche da capo corrente era lui il terminale di tutto. Trattative, orizzonte politico, nomine nel governo giallorosso. Era lui la lampada nel tunnel dei consensi in discesa.

Per gli azzurri di Fabrizio Corsi così oggi tesse i fili con la Figc (conosce Gabriele Gravina), la Lega calcio (è amico del fiorentino Lorenzo Casini), il governo (si dà del tu con il ministro Andrea Abodi). Certo, le cose non sono più come ai vecchi tempi, come quando lui era il bonificatore, Lotti l’apostolo del renzismo, Lotti il factotum, l’artefice di mille patti, il pontiere fra Nazareno e Palazzo Grazioli, infine l’unico renzianissimo del Giglio Magico ad aver saputo dire addio a Renzi. Il “fratello” politicamente fratricida.

È sempre stato così. Era il tessitore delle grandi alleanze, il cuscinetto di tensioni e rivolte nel partito e fuori. Ora cerca sponde nel mondo del calcio dove gli altri troverebbero spigoli. Tesse fili nella finanza dove gli altri vedrebbero baratri, è una sorta di connessione veloce fra l’industria e il Transatlantico, la fibra ottica delle pubbliche relazioni.

Quella di Lotti è stata una parabola lampo senza paracadute. Letta l’avrà pure lasciato senza cuscino e figurarsi se fra i FuffElly, come i riformisti chiamano gli schleiniani, qualcuno sarebbe pronto ad offrirgli un atterraggio morbido. Eppure, c’è tutta una galassia bonacciniana che ancora lo frequenta. I cenacoli con l’ex secondo uomo più potente d’Italia sono un must della corrente riformista, che oggi si chiama Energia popolare. Al tavolo con lui si siedono Matteo Biffoni, Brenda Barnini, Antonio Mazzeo, l’ex ministro Lorenzo Guerini, il presidente Anci Antonio Decaro. Segue la squadra ovunque in trasferta e quando i ragazzi di mister Nicola son volati a Salerno s’è incontrato con Vincenzo De Luca. Insomma, per quanto il custode della rottamazione sia stato rottamato, nel Pd toscano e non solo è ancora molto ascoltato. C’è chi dice che metà dell’ala riformista in regione risponda ancora ai suoi ordini. Troppo, forse. Magari più non detta, ma indica una rotta. Non ordisce, suggerisce. Un ghost power esercitato grazie alle conoscenze con vecchi lupi grigi della Repubblica che custodiscono e scambiano ancora qualche segreto con lui perché lui potrebbe un giorno schiudere la verità sui loro.

«Se qualcuno mi dicesse “abbiamo sbagliato, torna”, gli direi di no», ha confidato agli amici. Ha più tempo per stare con i figli. Nel week end ha almeno un giorno libero. Schiva i nemici (non parlategli di Dario Nardella e del pisano, Letta, ovvio), con Renzi non c’è più l’intesa di un tempo, a un certo punto si son rotti i ponti, ma si vedono. Capita ai vicini di casa. L’ex premier e il suo ex braccio destro abitano a pochi passi l’uno dall’altro. A volte si incrociano. Battute. Chiacchiere. Resta l’unico a dirgli che sbaglia, se sbaglia. Ai tempi d’oro, quelli in cui il caterpillar del Giglio Magico spazzò via mille liturgie a Roma a colpi di “C” aspirata, parlavano la stessa lingua. Pochi fronzoli, giubbottini di pelle alla Fonzie, stile veloce e pop.

E pensare che si sono conosciuti per caso, nel 2005. Matteo, all’epoca presidente della Provincia, passa un pomeriggio alla fiera della ceramica a Montelupo ma prima fa un salto in comune. Lì incontra il sindaco e il sindaco gli presenta Luca, giovane consigliere, anche lui della Margherita, anche lui cresciuto negli scout e nell’Azione Cattolica. Allena una squadra di calcio di bambini e - dice - è stato eletto anche con i voti della destra. Figurarsi, fu colpo di fulmine. Dice di non volerci tornare, alla politica, Lotti, ma con gli amici lo ammette: gli è rimasta dentro. È come un vulcano. Prima o poi si riattiva. La lava ribolle. E vedrete, prima o poi il Lampadina si riaccende.

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