Gioco
Campane a festa quando si muore: al Giglio fioccano le prenotazioni. Chi è Matteo, il campanaro che raccoglie i nomi
Una scelta che viene fatta dagli anziani ma anche da qualche cinquantenne: «La signora Cecilia me l’aveva chiesto il giorno del suo 90esimo compleanno. Quando le persone sentono quel suono in qualche modo ne avvertono la bellezza»
ISOLA DEL GIGLIO. Le campane scandiscono la vita, le emozioni, gli stati d’animo di una comunità. Le campane non sono semplici oggetti di bronzo, né simboli decorativi per la fede. Le campane “suonano” la nostra esistenza, tracciano il ritmo quotidiano e offrono informazioni sul vissuto. Con i loro rintocchi esprimono al mondo sentimenti: la gioia, il dolore, la paura, il richiamo all’aggregazione.
“Come la gente vive, così suonano le campane”, recita un vecchio detto. E all’isola del Giglio funziona proprio così: in questa piccola comunità abituata all’orizzonte senza fine del mare, una parte della popolazione ha scelto di far suonare le campane a festa quando morirà. Perché l’isola, quella che ha conosciuto la sofferenza e la tragedia del naufragio della Costa Concordia, è fatta di gente che sa rialzarsi e ama la vita, che canta e adora il suo mare, che probabilmente crede che ci sia qualcosa dopo la morte, che non tutto finirà con il “trapasso”. Per questo, nel giorno dell’arrivederci, la campana non deve scandire tristezza, il suo rintocco dev’essere gioioso.
«Che hanno le campane, che squillano vicine, che ronzano lontane? È un inno senza fine, or d’oro, ora d’argento, nell’ombre mattutine. Con un dondolìo lento implori, o voce d’oro, nel cielo sonnolento», scriveva Giovanni Pascoli. Dal dondolìo delle onde a quello delle campane, i gigliesi amano viaggiare così. Sull’isola è Matteo Coppa, consigliere comunale, ad aver preso in mano la questione. Da anni è lui la figura chiave in questa storia, colui al quale gli isolani si rivolgono per lasciare il loro nominativo e far sapere che – alla loro dipartita – le campane debbono suonare a festa.
«Mi sono preso questo compito – spiega Coppa – perché ormai so come si fa. Prendo i nominativi di chi si fa avanti, me li segno. Al dunque, quando qualcuno ci lascia, io ottempero alla sua volontà. Anche se c’è un meccanismo ed è tutto automatico, io preferisco essere presente, decidere quanto far durare lo scampanio e come far suonare le campane a festa. Le faccio suonare io con i pulsanti».
Si sono rivolte a lui, al momento, una dozzina di persone che lui si è segnato nel telefonino. La lista la conserva gelosamente.
Al Giglio pare sia stato sempre così. Lo era anche quando Matteo era bambino: c’erano persone che esprimevano questa volontà. «Le persone credono che, quando muori, questo momento dev’essere una gioia perché vai in Paradiso o per lo meno a vita migliore. Chi è credente sostiene che le campane dovrebbero sempre suonare a festa quando si muore, perché è l’inizio della vita eterna».
Giorni fa è venuta a mancare la signora Cecilia Cavero. Aveva 97 anni, era una delle “nonne” dell’isola. Una delle anime della chiesa di Giglio Porto. «Ci ero molto affezionato – racconta Coppa – Mi aveva detto che avrebbe voluto che le campane suonassero a festa. Mi sembra di ricordare che lo avesse chiesto per la festa di compleanno dei suoi 90 anni. Le avevo promesso che ci avrei pensato io e così ho fatto. Sono andato in chiesa e ho fatto durare lo scampanio il più a lungo possibile: almeno 5 minuti. In suo onore. Ha sempre fatto molto per noi, per la parrocchia, per la sua famiglia. Il suono è arrivato chiaro alla sua casa che non si trova distante dal campanile. Era una donna speciale, non c’era mattina, dopo il naufragio della Concordia, che lei non andasse a pregare davanti alla lapide con i nomi delle vittime della tragedia. Lo ha fatto con qualunque tempo, pioggia o vento. Il giorno del funerale, dopo la messa, siamo andati con il carro funebre davanti alla lapide dove lei andava sempre. È stato un momento commovente anche per i parenti. Cecilia era indescrivibile. Ho cercato di salutarla nel modo migliore, come avrebbe voluto e meritato lei».
Cecilia non è la sola che ha espresso questo desiderio. La maggior parte degli isolani che hanno espresso questa volontà ha una certa età ma qualcuno di loro è più giovane, sulla cinquantina, eppure si è “portato avanti” nel suo desiderio di far suonare a festa le campane della chiesa di Giglio Porto quando arriverà il momento. «Quando le persone sentono quel suono – dice Porta – in qualche modo ne avvertono la bellezza. Il giorno in cui sono andato a rendere omaggio a Cecilia, una sua parente mi ha chiesto di suonare a festa anche per lei. Così è arrivata una persona in più da aggiungere alla lista».
Al Giglio sono le persone comuni a chiedere di far suonare le campane a festa. Altrove, la scelta arriva dalle istituzioni o dai parroci. Quando morì il papa Ratzinger, alcuni sacerdoti romani fecero suonare le campane a festa; «era quello che lui avrebbe voluto», commentò uno di loro a Torpignattara.
In un paesino del Comasco – Ronago – alcuni anni fa fu il consiglio pastorale a decidere che per i decessi le campane avrebbero dovuto essere gioiose. Alla base della decisione c’era un ragionamento basato sulla fede: con la morte non si muore per sempre ma si risorge per vivere la vita eterna alla presenza di Dio.
Al Giglio come altrove, anche se chi è stato amato scompare fisicamente, resta un ricordo che merita di essere suonato con allegria. Un desiderio di chi se ne va, ma anche un omaggio da parte di chi resta. E forse un messaggio affidato al vento: questo è un angolo del mondo dove la gioia, come l’orizzonte, non conosce confini.
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