Ecco gli invisibili delle nostre strade
Purtroppo la nostra società rischia di privilegiare la cultura dello scarto
Luca l’ho incontrato qualche giorno fa in carcere, tossicodipendente e accusato di spaccio. Neppure 20 anni è cresciuto in un quartiere degradato di una delle nostre città, dove la criminalità e la povertà sono diffuse. Molti i Lucignoli per le strade, scarsa e distratta la funzione della famiglia, inesistenti le strutture sociali e le opportunità di inserimento. Così, prima abbandona la scuola, poi incontra le insidie del quartiere. Il percorso è tracciato e la galera assicurata, e dopo? Potrei continuare, sono tanti gli invisibili. Anche nella nostra bella Toscana queste persone esistono. Ma a volte sembriamo non accorgercene, perché vivono in smarrite periferie dell’anima e dello spazio, ai margini delle nostre storie. Affiorano soltanto quando accade un fatto grave, magari violento, oppure quando associazioni come la Caritas ce le raccontano. Su tutti i migranti, quelli che fuggono dalla miseria e dalle guerre e che riescono a salvarsi dalle zattere sul mare. I disabili soli e senza sostegni che affrontano ogni giorno una vita piena di ostacoli, le nuove schiave della prostituzione e della violenza, gli anziani soli o abbandonati in centri che a volte sono luoghi insicuri e incivili. Infine i compagni di Luca, detenuti parcheggiati, spesso in attesa di giudizio, nelle nostre malmesse galere e ancora le vittime della droga e delle nuovo forme di dipendenza, che dovrebbero stare in comunità. Potremmo continuare nell’elenco delle emergenze e con esse anche nelle contraddizioni e nei nostri livelli di sensibilità, di paura ed intolleranza. Contraddizioni che si alimentano sia in quella parte della società che gode maggiori privilegi, sia tra coloro che invece i privilegi non li hanno mai avuti, o li hanno smarriti, spesso per responsabilità non proprie. E così è possibile trovarsi nei cortei di chi protesta, come è accaduto a Montecatini, perché esasperato e vorrebbe una città più sicura. Oppure stare tra i volontari che in queste notti gelide vanno alle stazioni, sotto i porticati per portare una coperta o un piatto caldo. Va da sé che io mi trovo meglio tra questi ultimi, convinto che solo aiutando, ma soprattutto dando opportunità di inserimento, inclusione, magari istruzione e lavoro sia possibile radicalmente ridurre livelli di pericolosità e vivibilità delle nostre città. L'importanza della solidarietà e della coesione sociale sono cardini nella costruzione di comunità più equilibrate e sicure. Occorre investire, creare opportunità per affrontare le radici dei problemi sociali, le disuguaglianze anziché limitarsi a trattare con le proteste i loro sintomi, le loro recrudescenze, contribuendo così a costruire un tessuto sociale più coeso. Le istituzioni hanno naturalmente il compito principale con gli strumenti e le risorse dedicate al sociale, alla scuola, fino all’urbanistica che troppo spesso ha partorito periferie e residenze che per la loro conformità architettonica hanno provocato non luoghi, per dirla con Marc Augé, marginalizzati e violenti. Dei caravanserragli della disperazione e del malaffare. La nostra sembra essere una rimozione collettiva, l’archiviazione degli ultimi. Rischiamo sempre più di essere una società che privilegia la cultura dello scarto, come dice Papa Francesco.
*Intellettuale, attivista per i diritti, scrittore, è stato sindaco di Cavriglia
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