Il Tirreno

Toscana

La testimonianza

Giorno della Memoria, Elena Servi: «A 8 anni mio padre mi disse: “Non potrai più andare a scuola”»

di Francesca Ferri
Giorno della Memoria, Elena Servi: «A 8 anni mio padre mi disse: “Non potrai più andare a scuola”»

Pitigliano, la storia di una donna scampata alla deportazione: «Restammo chiusi tre mesi in una grotta coperta dalla macchia»

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«Mio padre venne da me e, mettendomi una mano sulla testa per benedirmi, mi disse: “Elena, quest’anno non potrai andare a scuola”. Io gli chiesi: “Ma perché? Non ho fatto niente di male”. E lui, con le lacrime agli occhi: “Non hai fatto niente di male, ma non ci puoi andare”». Era il 1938, il governo fascista aveva varato le leggi razziali e la follia di quei provvedimenti era arrivata anche a Pitigliano, paese in provincia di Grosseto conosciuto fin dal Medioevo come “la piccola Gerusalemme” per la sua nutrita ebraica.

Elena Servi aveva 8 anni. Ebrea, in quel momento la sua vita cambia per sempre. Dovrà nascondersi per sfuggire alla deportazione. E, per tutta risposta, il resto della sua vita lo ha passato a testimoniare l’orrore delle persecuzioni razziali, in qualità di presidente dell’associazione La Piccola Gerusalemme.

Elena Servi, che ricordo ha di quegli anni?

«Il mio ricordo è molto brutto. È cominciato con quella comunicazione di mio padre. Eravamo una famiglia ben inserita in paese, tutte le mie amiche erano cattoliche. Le mie più grandi amiche erano Leda Carrei e Agnese Ragnini. Dei gerarchi andarono dal padre di Leda, che era impiegato del Comune, ufficiale di Stato civile, e gli dissero che non doveva più far giocare sua figlia con me, perché ero ebrea. Lui disse: “Mia figlia ci ha sempre giocato e continuerà a farlo”. Era solo un impiegato, un uomo comune, eppure ebbe questo coraggio».

Non tutti lo ebbero. Molti obbedirono al comando. E molte famiglie ebree cominciarono a lasciare Pitigliano.

«Le famiglie erano costrette a spostarsi continuamente per non essere scoperte e quindi si muovevano fra Pitigliano, Sorano, Manciano».

Anche lei e la sua famiglia siete dovuti scappare.

«Io, mia mamma, mio babbo, le mie due sorelle più grandi e il fidanzato di una delle sorelle lasciammo la nostra casa il 1° novembre 1943. La nostra famiglia fu nascosta prima da alcuni contadini nel loro podere di Pitigliano, poi ci spostammo a Farnese e infine a Valentano, nel Lazio».

Cosa ricorda di quel periodo?

«Fu un inverno freddissimo, con tanta neve. Arrivammo a Valentano a marzo. Qui restammo chiusi tre mesi in una grotta coperta dalla macchia fino a giugno, quando fummo liberati. Ci aiutavano, portandoci viveri e beni necessari gli stessi contadini e altri amici che non ci abbandonarono mai. Ci salvarono la vita. Io ho compiuto 14 anni proprio in quella grotta».

Lei da decenni parla agli studenti della sua esperienza. Ieri è stata al Teatro Salvini di Pitigliano per incontrare gli studenti. Trova che negli anni l’interesse dei ragazzi verso la Shoah sia cambiato?

«Io fra poco ho 94 anni e da un po’ non vado più. Però quando sono andata i ragazzi hanno sempre ascoltato con interesse».

Per il suo impegno, nel 2021 Mattarella l’ha insignita del titolo di Commendatore della Repubblica. Indossa mai la medaglia?

«No (sorride, ndr), la tengo in una scatola. Ringrazio il prefetto e avrei anche uno spillino da mettere, ma non voglio ostentare niente».

Quest’anno il Giorno della Memoria è accompagnato da polemiche e proteste contro Israele per la risposta militare su Gaza. Che effetto le fanno queste polemiche?

«Non mi possono fare che un cattivo effetto, è un tasto molto doloroso. Ma dico una cosa sola. Israele non è mai stato il primo ad attaccare, mai. Dalla guerra del 1948 a quella dei Sei giorni, al 7 ottobre, non ha mai fatto il primo passo. Dopo, Israele, quando risponde, lo fa con una reazione forte, e allora dalla ragione si prende il torto».

Chi come lei ha vissuto le persecuzioni, ha paura del clima che c’è nel Paese, dove tutto sembra diventare spunto per fare polemica, anche una commemorazione come quella del 27 gennaio?

«Dove tutto diventa ritorno al fascismo, direi».

La preoccupa?

«Sono corsi e ricorsi storici. Ritorneremo daccapo? Spero non riaprano le porte di Auschwitz. Io ormai la mia vita l’ho fatta, ma ho tre nipoti giovani, di 21 e 24 anni. Per loro mi dispiacerebbe». 

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