Il Tirreno

Toscana

Il commento

Selvaggia e i suoi odiatori, due facce della stessa miseria

di Andrea Di Consoli
Selvaggia Lucarelli, la blogger e influencer sotto accusa per la morte di GIovanna Pedretti (a destra)
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Selvaggia Lucarelli, la blogger e influencer sotto accusa per la morte di GIovanna Pedretti (a destra)

La ristoratrice lapidata sui social e il narcisismo di massa

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Il suicidio di Giovanna Pedretti è stato come un lampo fortissimo che ha illuminato improvvisamente la notte del nostro stare insieme. Per qualche attimo la nostra miseria è stata illuminata come non mai.

E ora, se siamo davvero scossi dal suo suicidio, dobbiamo tutti quanti fare i conti con questa miseria che abbiamo visto.

Saranno le indagini a tentare di chiarire se il commento razzista al ristorante della signora Pedretti era falso oppure no; quali sono stati i reali motivi del suo suicidio; capire se qualcuno si è davvero macchiato del reato di istigazione al suicidio. In attesa di sapere tutto questo – ma non appena sarà passata la buriana a nessuno interesserà più nulla, di questa vicenda – dobbiamo prendere atto che ormai viviamo in una società rissosa, spietata, rabbiosa, misantropa. E che non c’è nessuno spazio – o ce n’è pochissimo – per la clemenza, la gentilezza, la riflessione moderata, l’intelligenza tollerante, la scettica ironia.

Scriveva Orazio nelle “Satire”: “Est modus in rebus” (“esiste una misura nelle cose”) . Ecco, noi viviamo in un tempo che non conosce più il senso della misura. Non che le epoche di Napoleone o di Hitler – tanto per fare degli esempi – fossero “misurate”, ma ora questa dismisura è diventata di massa, e tutti si sentono liberi di riversare sugli altri il proprio inferno interiore, figlio della frustrazione, dell’ambizione e della mediocrità. Nulla di nuovo sotto il cielo, ma a ciascuno tocca piangere le miserie del proprio tempo.

In questa vicenda hanno sbagliato tutti: chi ha dato eccessivo risalto a un commento triviale su TripAdvisor, chi ha sprecato il proprio tempo a capire se fosse reale oppure no, chi ha dato in pasto all’orda social i presunti colpevoli di questa tragicommedia, chi insulta, offende e minaccia a prescindere e chi non aspetta altro che avere visibilità mediatica non appena se ne presenti l’occasione. È emerso un mondo miserabile, e questa miseria riguarda tutti: i social, i giornali, le televisioni, i cittadini. Tutti contro tutti. Senza delicatezza, senza indulgenza, senza ironia. Chi per rabbia, chi per odio, chi per ambizione. Una mattanza dove tutti sono, a seconda dei casi, ora tonni, ora pescatori. E intanto una donna non ha retto, e si è tolta la vita. E noi tutti, anziché ammutolirci con vergogna e sgomento, stiamo alzando ulteriormente i toni, e cerchiamo altri colpevoli ancora da crocifiggere, da esporre al pubblico linciaggio.

Bisogna ritrovare “la misura nelle cose”. E bisognerebbe imparare a dare credito e fiducia a chi, pubblicamente, esprime posizioni laiche, serene, ragionate, in buonafede, e non a chi esaspera gli animi, magari per frustrazione, ambizione, esibizionismo o narcisismo. Ma forse è proprio questa la parola-chiave per interpretare al meglio la tragedia di Sant’Angelo Lodigiano: narcisismo. Tutti hanno detto e fatto senza mai chiedersi quali conseguenze potessero esserci per gli altri. Perché gli altri, molto semplicemente, non esistono, nel Colosseo della moderna comunicazione. Esiste solo l’io. L’io di chi insulta, di chi offende, di chi è arrabbiato, di chi è indignato, di chi specula, di chi addita, di chi minaccia, di chi condanna. Ma gli altri esistono, e se noi li travolgiamo con una valanga di odio – fosse anche in nome di una giusta indignazione – non è detto che poi reggano all’urto, e che sopravvivano. E qui torniamo a Orazio, alla “misura nelle cose”. Quel senso della misura che manca a personaggi come Selvaggia Lucarelli e a chi si sente in diritto di minacciarla di morte. Due facce della stessa miseria aggressiva ed esibizionistica. 

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