Sicurezza
Ospedali sotto pressione in Toscana, il primario del pronto soccorso di Careggi: «Mancano 2mila posti letto»
Da Cisanello al San Jacopo di Pistoia, persone costrette ad aspettare per giorni il ricovero. Il professor Stefano Grifoni: «Boom di anziani al pronto soccorso, il personale lavora senza sosta»
FIRENZE. «Mancano 2mila posti letto negli ospedali toscani. Oggi, nella nostra regione, abbiamo una media di 3,4 posti letto ogni 1.000 abitanti contro quella europea di 5,5. E così si crea un cortocircuito». Il professor Stefano Grifoni, coordinatore del comitato scientifico dell’Organismo toscano per il governo clinico, è anche il direttore del pronto soccorso dell’ospedale fiorentino di Careggi. Ogni giorno vede la sofferenza negli occhi dei pazienti e cerca di alleviarla. Con indosso il camice bianco, passa tra le corsie e scuote la testa perché vorrebbe fare di più. «Tutto il personale lavora senza sosta, altro che ferie per Natale e Capodanno, ma nulla possiamo fare contro i posti letti che non ci sono», sottolinea. Il cortocircuito a cui si riferisce Grifoni parte da lontano, fuori dalle mura degli ospedali.
Ma il risultato finale non cambia. È successo ieri, a Pistoia, con le persone costrette ad aspettare quasi 48 ore al San Jacopo per terminare il ciclo di esami e visite. E c’è anche chi, addirittura, è rimasto lì per un giorno intero aspettando che si liberasse un posto letto in reparto per poter essere ricoverato. Ed è accaduto anche nei giorni scorsi al pronto soccorso dell’ospedale Cisanello di Pisa con i pazienti in attesa nei corridoi, distesi sulle barelle, anche per cinque giorni in attesa del ricovero.
Una situazione complessa che, più o meno, vede gli ospedali toscani al collasso. «Ci sono delle anomalie – sottolinea il coordinatore del comitato scientifico dell’Organismo toscano per il governo clinico – perché noi stiamo fondando il nostro sistema sanitario su medici di famiglia che, per quanto bravi, sono liberi professionisti convenzionati (il loro lavoro è disciplinato da accordi collettivi sottoscritti dalle rappresentanze sindacali e dalla conferenza Stato-Regioni, ndr). Sosteniamo di non dover andare verso il privato, ma intanto mettiamo il servizio sanitario pubblico nelle loro mani. Si vede, però, che c’è qualcosa che non va sul territorio: lo dimostrano le tante, troppe, persone, perlopiù anziani, che arrivano in ospedale».
E a questo punto si innesca il cortocircuito. «L’ospedale, a volte, ha difficoltà a ricoverarli perché noi non abbiamo letti sufficienti – conclude il professor Grifoni – perché siamo arrivati a un numero di posti letto pari neppure a un terzo di quelli che hanno alcuni degli altri Paesi europei. Quindi, c’è una popolazione che diventa sempre più vecchia e che, quando arriva in ospedale, poi non trova posto. Si possono fare tutte le riorganizzazioni possibili e immaginabili, possiamo fare le cure a domicilio, ma non basta: non c’è, infatti, l’alternativa ambulatoriale alle persone anziane malate. Ora dobbiamo fare delle riflessioni organizzative visto che già esistono delle delibere regionali che propongono in questa direzione modelli specifici. Dobbiamo metterci al lavoro tutti insieme per superare queste difficoltà».
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