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Toscana

L'intervista

Giornata degli scomparsi, Federica Sciarelli: «Dietro una sparizione spesso si nasconde un omicidio. Fu così nel caso Ragusa»

di Martina Trivigno
Federica Sciarelli, conduttrice di "Chi lha visto?"
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Federica Sciarelli, conduttrice di "Chi lha visto?"

La conduttrice di Chi l’ha visto?: «Ogni giorno mi immergo in quel dolore»

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«Basta parlare di allontanamenti volontari, parliamo di cause ignote. Spesso, dietro ai casi di scomparsa, si nascondono omicidi con occultamento di cadavere». È l’ultima battaglia di Federica Sciarelli, la giornalista alla guida di “Chi l’ha visto? ”. Dal 2004, quando approdò alla conduzione della seguitissima trasmissione in onda su RaiTre – che lei definisce una «portatrice sana di solidarietà» – si scontra con il dolore. «Anche a telecamere spente», racconta. Genitori, figli, nipoti, fratelli e sorelle chiedono soltanto due cose: verità e giustizia. Ormai non sa neppure più quanti sono, ma quei volti li ricorda tutti, li vede sfilare davanti a lei. Uno dopo l’altro. «Come potrei dimenticarli», dice.


Cosa pensa della giornata dedicata alle persone scomparse?

«Vado contro corrente, ma bisogna essere sensibili tutto l’anno, non serve un giorno in cui si fanno grandi proclami. Noi, come “Chi l’ha visto?”, non facciamo nulla nella giornata dedicata alle persone scomparse perché facciamo tutto ogni giorno. Ogni volta che chiamano i genitore ci immergiamo nel loro dolore: sono vite che restano sospese».

Cosa prova quando un caso viene risolto?

«Il caso Claps, ad esempio, è stato risolto con il ritrovamento del corpo di Elisa nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza dopo 17 anni. Ecco, troppo spesso dietro una scomparsa si nasconde una tragedia».

Sente un senso di responsabilità verso i casi ancora irrisolti?

«Sì. Penso al caso di Emanuela Orlandi, con la sorella Natalina siamo diventate amiche. A volte penso che a un certo punto finirà il mio mandato, passerò il testimone, certo, ma non so se a quel punto saremo riusciti a sapere cosa è successo a Emanuela. Ci sono anche altri casi: ad esempio quello di Daniele Potenzoni (il 36enne scomparso da Roma nel 2015, ndr).Il padre tutti gli anni si ricorda di farmi gli auguri di Natale e ogni volta mi dice: “Ti ricordi sempre di mio figlio”. È dolcissimo».

Qual è il dramma più grande della scomparsa?

«Che molti non sanno cosa è successo ai loro cari. Penso alla mamma di Cristina Golinucci, la ragazza di 21 anni scomparsa nel settembre 1992 a Cesena. La madre Marisa chiede: “Fatemi ritrovare il corpo di mia figlia”. Per lei, risolvere il caso significa ritrovare le ossa di Cristina prima di morire».

Come si comporta con i casi di scomparsa?

«Mi porto a casa le carte, le studio con grande attenzione, analizzo i particolari, anche i più insignificanti all’apparenza. L’avvocato che segue i casi di “Chi l’ha visto? ” mi dice sempre: “Federica, dovevi fare il pm, non la giornalista”. Dietro ogni caso cerco di trovare la soluzione lì dove non è stata trovata».

Lei è arrivata a “Chi l’ha visto?” dalla conduzione del Tg 3, ormai 19 anni fa: cosa ha realizzato?

«Che spesso parlavamo di scomparsi quando invece erano omicidi con occultamento di cadavere. Lo dissi subito a Gildo Claps, il fratello di Elisa: “In trasmissione possiamo dire uccisa e non scomparsa?”».

Come mai?

«Altrimenti arrivano segnalazioni-bufala, persone che dicono di aver visto chi è scomparso. Ecco, abbiamo dovuto fare al contrario: non è che si tratta di una persona che somiglia a chi è scomparso? ».

E poi c’è la sua ultima battaglia contro l’allontanamento volontario.

«Sì, questo si legge sulle denunce di scomparsa, anche su quella di Giulia Cecchettin. I fatti, purtroppo, ci raccontano un’altra storia. Bisogna scrivere “allontanamento per cause ignote”. Noi siamo un osservatorio: non è quasi mai un allontanamento volontario, questi casi sono pochissimi. C’è stato un momento di crisi economica, ad esempio, in cui gli uomini scomparivano perché non riuscivano a comprare il regalo ai figli per Natale: si sentivano umiliati e si suicidavano. Ecco, bisogna cambiare la prospettiva, il punto di vista».

Qual è il caso toscano che le è rimasto più impresso?

«Quello di Roberta Ragusa: abbiamo inciso moltissimo su questo caso perché il marito Antonio Logli, poi condannato per omicidio e distruzione di cadavere, rivelò in diretta tv un dettaglio che non poteva conoscere».

E Kata?

«Una bambina di 5 anni che scompare nel nulla è figlia di tutti. È una caso molto complicato, non parla nessuno, ora anche gli avvocati hanno lasciato la difesa. I genitori se la prendono spesso con gli inquirenti dicendo che non lavorano, non è giusto: la famiglia dovrebbe essere più collaborativa, invece di sparare addosso a chi indaga».

È stata presa di mira dagli hater per aver difeso Elena Cecchettin, la sorella di Giulia: lo rifarebbe?

«Ci sono alcuni familiari che si chiudono nel dolore, altri spendono la loro vita ad aiutare gli altri, come ad esempio Gildo Claps. Per loro diventa una missione. È importante che chi ha subito una tragedia parli e la famiglia di Giulia ha fatto bene a farlo, innescando un dibattito sul patriarcato. È giusto che quella famiglia gridi il suo dolore perché non accada più».

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