Sicurezza
Violenze sulle donne, poi ci chiediamo: ma perché non finisce? I motivi
Leggi approvate, soluzioni adottate senza mai ascoltare le vittime di violenza
In questi giorni mi capita spesso di partecipare a incontri sulla violenza contro le donne. Nelle scuole, nelle biblioteche, nei teatri. La domanda più ricorrente è: “Ma perché non finisce?”.
Potrei iniziare a rispondere con un episodio accaduto lunedì sera. A Portogruaro, in provincia di Venezia, marito e moglie commentano il femminicidio di Giulia Cecchettin, la studentessa di 22 anni rapita e ammazzata dall’ex fidanzato. Il marito sbotta: “Chissà che cosa aveva combinato (la ragazza, ovvio)”. La moglie risponde: “Ma che dici? Parli da criminale”. Lui si gira, le molla un cazzotto e poi la accoltella. Lui (il marito) è il capofamiglia, porta i pantaloni, comanda. Lei deve stare zitta. Non lo deve contraddire. Se lo fa, sono botte. Il violento non è bengalese come l’imputato assolto (a settembre) dall’accusa di maltrattamenti in famiglia perché “picchiare la moglie appartiene alla sua cultura”, secondo un magistrato di Brescia. Il violento di Portogruaro è italiano, come i giudici (uomini e donne) che in questi mesi hanno stabilito che non sia reato, ad esempio, per un bidello infilare le mani nelle mutande di una studentessa di 17 anni se ce le lascia solo 9 secondi o per un marito stuprare la moglie che dice no a un rapporto sessuale perché, dopo tanti anni “di coniugo” “è normale” vincere la resistenza con la forza.
Sentenze choc, le chiamano. Brutalità le azioni come quella di Portogruaro. Così mercoledì il Senato approva un disegno di legge per correggere le storture. Per sostenere il “cambio di cultura”. Di mentalità. Dal patriarcato (il maschio-padrone) alla donna libera di scegliere e di volere in 4 o 5 articoli. Alcuni per introdurre l’educazione affettiva e sessuale (necessaria) a scuola; altri per la formazione obbligatoria dei giudici (e dei medici e di altre categorie rimaste fuori dal Codice rosso).
Tutti felici e contenti. Meno chi davvero la violenza la conosce. L’educazione a scuola? Rimandata al prossimo anno. Il progetto? Affidato a un consulente del ministro Valditara che associa le donne al diavolo. Nessuna esperienza nel contrasto alla violenza di genere per Alessandro Amadori, ma ottimi rapporti con il governo e un compenso da 80mila euro l’anno.
Al contrario la formazione dei magistrati è pura formalità. Neanche un euro stanziato. Noi ci scandalizziamo. Le vittime di violenza no: “Siamo abituate alle soluzioni ipocrite, a essere sentite, ma non ascoltate”. Ma allora chi viene consultato per scrivere le leggi che dovrebbero proteggere le vittime di violenza? Come si fa a sapere di cosa hanno bisogno o paura? Non si sa. L’ultimo disegno di legge ne è una conferma. Il governo sottolinea di aver potenziato e ampliato l’utilizzo dei braccialetti elettronici: il violento lo indossa, se si avvicina troppo alla vittima suona l’allarme. Però non rivela alcuni elementi fondamentali: 1) il braccialetto si applica solo se c’è il consenso del violento (altrimenti scatta la sorveglianza speciale prevista dal codice anti-mafia); 2) se non c’è braccialetto (perché l’indagato lo rifiuta o perché tecnicamente non disponibile), il maltrattante si deve presentare alle forze dell’ordine due volte a settimana. E gli altri giorni, come viene protetta la vittima? Nessuna risposta.
Non è tutto. In Italia la distanza di sicurezza imposta fra vittima e violento è di 500 metri In Europa, in media, è di 2 chilometri, per dare il tempo alle pattuglie di intervenire. La prima donna protetta dal braccialetto elettronico aveva una distanza di sicurezza di 250 metri dall’ex marito. Ha dormito sul divano piazzato davanti alla porta di casa per mesi. Ha perso quasi 20 chili, poi ha deciso: dal Veneto si è trasferita al Sud. A più di 500 metri. E si è protetta da sola.
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