Toscana
Violenza sulle donne, Lucia Annibali: «Bisogna pensare a salvarsi chiedendo subito aiuto»
Oggi difensore civico della Toscana, fu sfregiata con l’acido da due uomini mandati dal suo ex
«Salvarsi è un passaggio difficile ma necessario. Bisogna chiedere aiuto. Non si deve mai minimizzare l’atteggiamento di un uomo che minaccia, usa il ricatto psicologico o colpisce». Mentre l’avvocato Lucia Annibali parla, pensa a Giulia Cecchettin e a tutte le donne uccise dal proprio partner o dall’ex, a quelle che subiscono ogni giorno violenza; pensa anche a se stessa: a dieci anni fa, quando fu gravemente sfregiata al volto da due uomini assoldati dal suo ex. La sua è una storia di sofferenza, rinascita e lotta: non l’ha mai nascosta, come il calvario attraversato, raccontato nel libro “Io ci sono”; ha portato avanti campagne, ha partecipato a innumerevoli incontri. È stata deputato dal 2018 al 2022. È difensore civico della Toscana.
Una giornata contro la violenza sulle donne particolare per l’Italia. C’è una giovane vittima, Giulia Cecchettin, e il suo presunto assassino che sta per rientrare in Italia. Come vive questo momento, dottoressa Annibali?
«Quello di cui oggi tutti stanno parlando è un terribile fatto di cronaca. Ma non dobbiamo dimenticare quelli del passato. L’omicidio di Giulia ci ha colpito per la giovane età, per la dinamica. Fino a prima di oggi eravamo stati colpiti dall’uccisione di Giulia Tramontano, dalla crudeltà e determinazione nel fare del male a una ragazza che aspettava un bambino. Tante le storie che ci hanno colpito ma tante anche quelle che rimangono nel silenzio. La violenza sulle donne succede ogni giorno; in tante vivono nella paura».
Come si possono aiutare le donne a vivere in sicurezza piuttosto che nel rischio di essere bersaglio di violenza?
«Bisogna proseguire sul cammino iniziato. L’Italia non è all’anno zero. Nel 2013 abbiamo ratificato la convenzione di Istanbul, molto importante da un punto di vista culturale, politico, giuridico, un punto di riferimento. Quello che si aggiunge oggi, con il disegno di legge approvato dal governo, è più o meno incisivo, c’è anche un approccio ideologico. I fatti di cronaca possono indicarci cosa manca. Quanto agli strumenti, come il codice rosso, sono tutti interventi sul piano penalistico, ma senza risorse stanziate. Se si investe sulla formazione, bisogna metterci risorse. E così sui braccialetti elettronici: bisogna vedere se ce ne sono davvero».
Come giudica nel complesso il disegno di legge 923 appena licenziato?
«L’introduzione dell’educazione affettiva e sentimentale è un passaggio. Ma sarebbe importante sapere cosa pensano i ragazzi. Circolano video, dialoghi tra giovani che non fanno ben sperare. L’educazione è una sfera molto complessa. Ho girato tante scuole: i contesti sono molto diversi, per appartenenza geografica, culturale».
Si interviene molto di più sulla violenza dopo che è accaduta. Molto meno nel prevenirla.
«Sulla prevenzione la convenzione di Istanbul insiste molto, prevedendo campagne di comunicazione, informazione e altri strumenti. Bisogna affrontare questo tema in modo complessivo, intervenire per garantire la piena parità economica, intervenire in campo lavorativo. Ci vuole una strategia a tutto tondo. I ministeri dell’Istruzione, del Lavoro, della Giustizia devono mettere in campo iniziative che sappiano guardare lontano».
In molte vicende, anche in quella di Giulia, c’è l’elemento della segnalazione disattesa. Una persona aveva visto lei e l’ex litigare, ha chiamato le forze dell’ordine per segnalare il fatto: nessuno è intervenuto perché, come si è appreso, c’erano altri interventi in corso.
«Quello delle segnalazioni è un altro tassello che riguarda la capacità di formazione del personale a saper leggere i racconti di donne che vivono relazioni violente. Le donne fanno fatica a denunciare perché pensano di non essere credute abbastanza. Si sono fatti passi avanti nell’ascolto, si è abbandonato il retaggio culturale di cercare di ricomporre la famiglia. Ora è necessario un altro salto di qualità nella presa in carico di queste storie».
Giulia è l’ultima di tante donne uccise, 105 solo dall’inizio di quest’anno. Quando apprende una storia di violenza sulle donne, un femminicidio, cosa prova pensando anche alla sua storia personale?
«Provo frustrazione e rabbia. Ogni volta si aprono dibattiti mortificanti, non intelligenti né costruttivi. La violenza non è solo femminicidi. Provo molto dispiacere, molto dolore nella partecipazione emotiva. Ogni giorno c’è qualche donna, ragazza o madre che vive una situazione di sofferenza. Il fenomeno è molto più complesso».
In molti casi si arriva al femminicidio perché la donna ha paura di lasciare chi la tiene vicina col ricatto: “se vai via mi uccido”. Cosa serve alle donne per staccarsi in modo definitivo dai potenziali carnefici?
«Serve più determinazione. Anche in una relazione violenta, nella donna si alternano molti sentimenti, ripensamenti, sensi di colpa, si creano rapporti di dipendenza. È già difficile fare ordine nei sentimenti nei rapporti sani, in quelli malati molto di più. Bisogna capire queste difficoltà, imparare a elaborarli. Rimanere in una relazione violenta non è un modo per salvarsi. Dire “se lo lascio chissà cosa fa” non avrà effetti positivi: questi soggetti ragioneranno sempre in base a se stessi».
Qual è il suo appello alle donne che non riescono a recidere una relazione malata?
«Dico loro che bisogna chiedere aiuto, perché quello che sta accadendo, come il ricatto, la minaccia, l’oppressione, è già qualcosa di concreto. Una donna deve allontanarsi; io mi ero allontanata, ma non è stato sufficiente. Uomini così sono persone con cui non si può avere un rapporto paritario, non riconoscono le esigenze dell’altro».
Come difensore civico della Toscana ha in progetto iniziative di contrasto alla violenza di genere?
«Ho costruito e costruirò rapporti sempre più forti con la commissione pari opportunità regionale per fare progetti. Ci siamo confrontate di recente».
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