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Toscana

L'intervista

Alluvione in Toscana, si poteva evitare? Parla il prof dei grandi rischi: «Case sicure e previsioni più affidabili»

di Ilenia Reali
Nel riquadro il professor Casagli
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Nel riquadro il professor Casagli

Il punto di vista di Nicola Casagli, docente di geologia applicata all’Università di Firenze ed esperto di criticità geologiche, instabilità del terreno e tecnologie di monitoraggio

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L’obbligo di certificazioni di rischio per gli immobili, come quelle per l’impatto energetico, assicurazioni obbligatorie in caso di danni da eventi atmosferici e sismici e un miglioramento degli strumenti di previsione. Ecco una parte delle soluzioni prospettate dal professor Nicola Casagli, professore di geologia applicata all’Università di Firenze, membro della commissione Grandi rischi ed esperto di rischi geologici, instabilità del terreno e tecnologie di monitoraggio.

Professore, questi eventi atmosferici, violenti, aumenteranno. C’è qualcosa che possiamo fare?

«In Italia e in Toscana si è fatto molto sul piano di allertamento, si tratta però di fenomeni veramente difficili da prevedere».

Sta dicendo quindi che quanto è accaduto poteva essere previsto?

«Poteva essere previsto ed è stato previsto ma è stato un evento abbastanza anomalo».

In Friuli l’allerta è stata rossa. In Toscana si è sbagliato?

«Non è semplice. Non si riesce ad avere sempre una corretta stima. Non ci si aspettavano precipitazioni così violente. È stata una lettura dei dati in linea con quello che viene fatto normalmente. Non è possibile con le conoscenze scientifiche e le tecnologie che abbiamo a disposizione adesso, avere un’esatta stima delle conseguenze. In corso di evento si è capito che la situazione era più grave di quanto annunciato e i sindaci hanno chiuso le scuole e le università annullato le lezioni ma non mi sento di dire che c’è stato un errore: gli errori sono all’ordine del giorno. Quando c’è un’allerta arancione si deve mettere in preventivo che può trasformarsi, in modo più o meno severo. Dobbiamo abituarci all’incertezza ritenendoci fortunati proprio perché sono comunque eventi prevedibili, a differenza, ad esempio, dei terremoti».

Si può migliorare nella prevedibilità delle conseguenze?

«Sì. Io distinguerei due tipi di intervento: quello della comunità scientifica, di cui faccio parte, nel trasformare di più la ricerca in applicazioni pratiche migliorando e affinando i modelli di previsione. Si devono utilizzare sempre di più i satelliti sia sulla parte meteorologica sia sulla rete radar. Ma non solo. Dovremo avere come traguardo ambizioso l’approdo al modello digitale “digital twin”».

Cos’è?

«Una rappresentazione digitale del territorio in cui sono riprodotti terreni e corsi d’acqua e si possono vedere con maggiore precisione, anche se i margini di errore non sono annullati, le conseguenze di un evento x su un determinato territorio. Su questo siamo molto indietro in Italia. Ci sono paesi più avanzati di noi come il Giappone e gli Stati Uniti».

Servirebbero grossi investimenti?

«No, sono minimi. Noi non abbiamo un modello matematico ad alta definizione di tutto il Paese. Poi si può fare molto di più sulla parte socio-politica e sull’informazione ai cittadini».

Cosa intende?

«Una volta dato l’allarme partono i piani di protezione civile, in Italia i Comuni sono 8.000. Ci sono Comuni con centinaia di migliaia di abitanti ma anche Comuni con 50 abitanti. È evidente che i piccoli Comuni sono più vulnerabili perché meno preparati. Altra cosa, l’informazione è in capo ai sindaci: hanno l’obbligo di fornire notizie anche sui comportamenti da tenere. Esempio devono far passare il messaggio che se vedo che c’è un’allerta arancione che sta evolvendo in rosso metto in salvo me stesso e non l’auto. La chiusura delle scuole e degli uffici inoltre è fondamentale. Chi gira in auto mette a rischio sé e gli altri».

Gli eventi si sono verificati in zone altamente urbanizzate.

«Questo è il terzo punto da affrontare. E anche il più complesso: è facile dare la colpa ai cambiamenti climatici. Milioni di costruzioni sono in aree a rischio. Purtroppo però si continua a sfruttare suolo» .

Come si può più essere incisivi?

«Serve una certificazione di rischio per gli immobili. Se la sicurezza diventa un valore immobiliare si dà una svolta. Inoltre ho visto l’obbligo di assicurazione inserito in legge di Bilancio: sono favorevole. Non per arrivare a un disimpegno dello Stato ma per innescare un sistema privato e assicurativo che cambia il valore e la percezione degli immobili. Se una casa ha un rischio e un’assicurazione alti non la compro. E tutti avremo una consapevolezza del rischio maggiore».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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