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Premierato all’italiana, limiti e rischi della riforma che vuole la destra

di Emanuele Rossi
Premierato all’italiana, limiti e rischi della riforma che vuole la destra

La proposta di Giorgia Meloni indebolirebbe Parlamento e Quirinale introducendo una forma di governo che non esiste in nessun Paese. Il commento del costituzionalista

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È doppiamente difficile valutare la proposta di premierato che ha in mente il Governo Meloni: intanto perché un testo ancora non c’è (e si sa quanto nelle norme giuridiche sia fondamentale il testo, figuriamoci in quelle costituzionali), e poi perché di forme di governo di questo tipo non ne esistono in nessuna parte del mondo. Ma, si dirà, anche il Colosseo ce l’ha solo l’Italia: il problema è che qui non abbiamo di fronte il Colosseo, purtroppo.

Dovendo concentrare l’attenzione sugli aspetti principali di ciò che è trapelato, consideriamo in prima battuta l’obiettivo complessivo che si intenderebbe perseguire. Che dovrebbe essere quello di rafforzare i poteri (più che del governo) del Presidente del Consiglio: in quanto eletto direttamente dai cittadini (al pari dei parlamentari), egli aumenterebbe il proprio potere rispetto alla situazione attuale.

Ma siccome il sistema costituzionale è un sistema di forze e contrappesi che deve restare in equilibrio, se si aumenta il peso di un potere inevitabilmente si riducono quelli degli altri.

In questi casi, sarebbe diminuito il potere dei ministri, perché questi sarebbero una sorta di funzionari dipendenti dal Presidente; sarebbe diminuito il potere del Parlamento, che non avrebbe più il rapporto fiduciario e avrebbe margini assai ristretti per modificare gli assetti politici; diminuirebbe il potere del Presidente della Repubblica, che si troverebbe di fronte una figura legittimata direttamente dal voto popolare, a differenza di sé che rimarrebbe eletto dal Parlamento (e che non potrebbe più scegliere il Presidente del Consiglio, oltre al resto).

Inoltre, questo Presidente del Consiglio porterebbe con sé, secondo la proposta di cui di parla, una maggioranza di almeno il 55% dei seggi in ciascuna Camera: ottenuta come non è dato, al momento, sapere, perché la legge elettorale dovrà essere approvata dopo la riforma costituzionale. Con un non marginale problema: la Corte costituzionale ha già bocciato leggi elettorali che assicuravano un premio di maggioranza senza collegarlo ad una soglia minima di voti. E se non si riuscisse a trovare un meccanismo elettorale che, nel rispetto dei principi indicati dalla Consulta, fosse in grado di assicurare questo obiettivo, che ne sarebbe della stessa riforma costituzionale?

Vi è poi (forse, perché di questo pare si stia ancora discutendo all’interno della maggioranza) la singolare norma-antiribaltone, che dovrebbe avere lo scopo di impedire cambi di maggioranza durante la legislatura.

Noi conosciamo già, nel nostro ordinamento, come una regola simile funziona a livello di Comuni e Regioni: se il sindaco o il presidente regionale viene sfiduciato dalla maggioranza del Consiglio si va a nuove elezioni.

Nel caso del premierato meloniano però questa conseguenza non sarebbe automatica: il Parlamento, infatti, una volta sfiduciato il Presidente “eletto dagli italiani”, ne potrebbe individuare un altro (a quanto pare, senza interferenze del Presidente della Repubblica), purché interno alla maggioranza originaria (come poi possa identificarsi questa non è dato sapere, considerati i possibili cambi di posizione dei vari partiti nel frattempo).

In sostanza, è come se il sindaco eletto dalla maggioranza dei cittadini potesse essere cambiato con un consigliere comunale o con un comune cittadino, purché ad opera della stessa maggioranza che aveva sostenuto il sindaco.

Questi sono alcuni dei motivi che inducono a esprimere forti perplessità sul testo che si va presentando al Parlamento.

Ma oltre a tutto questo (se non bastasse), credo che il vero problema di fondo sia un altro, che provo a indicare così.

Nei tempi che viviamo, ormai da qualche decennio, qualsiasi persona di responsabilità democratica dovrebbe porsi questa domanda: con la riforma che si propone, aumenterà il grado di fiducia dei cittadini nei confronti della politica? Aumenterà la partecipazione democratica alla gestione della cosa pubblica?

Domande a cui non è facile trovare soluzione, ma è certo che l’indebolimento del ruolo del Parlamento e la sua semplificazione con un sistema fortemente maggioritario sembrano andare in direzione contraria rispetto all’obiettivo. Bene o male, infatti, il Parlamento continua a rappresentare l’unico organo costituzionale nel quale tutti gli elettori possono trovare una propria rappresentanza: indebolirlo e limitarne i poteri aumenta il rischio di un aggravamento della distanza tra cittadini e istituzioni. Questo mi pare il vero tema da considerare.

Un’ultima notazione. Nella storia italiana abbiamo avuto un precedente di una legge che definiva il primo ministro “Capo del Governo”, come ora in sostanza si vorrebbe realizzare. Era la legge 24 dicembre 1925, n. 2263: la prima delle leggi “fascistissime”.  l

* Professore ordinario di Diritto Costituzionale Scuola Sant’Anna di Pisa

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