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L'intervista

Pegah Moshir Pour, l'attivista iraniana: «La morte di Armita è l’ennesima lacerazione»

di Danilo Renzullo
Pegah Moshir Pour, l'attivista iraniana: «La morte di Armita è l’ennesima lacerazione»

Iraniana cresciuta in Italia, Moshir Pour è consulente per i diritti umani e digitali: «Il regime reprime le proteste perché ha paura I diritti non sono scontati, vanno difesi ovunque giorno dopo giorno»

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«La morte di Armita è l’ennesima lacerazione». L’ennesima ferita, ma probabilmente non l’ultima per un Paese – l’Iran – che vive da oltre un anno straordinarie proteste e uno smisurato livello di repressione. «La morte di Armita rappresenta l’ennesimo simbolo di un’eccezionale ondata di disobbedienza civile che vede le donne in prima fila, a conquistare giorno dopo giorno, passo dopo passo, gesto dopo gesto, un piccolo pezzo di libertà contro un regime che ha sempre più paura delle donne e dei giovani ed è costretto a rispondere con la violenza contro il suo popolo», dice Pegah Moshir Pour, iraniana cresciuta in Italia, consulente e attivista di diritti umani e digitali.

Pegah, dopo Mahsa, Armita. A distanza di un anno, il regime iraniano reprime, arresta e uccide ancora. Non è cambiato niente?

«Il regime iraniano ha cercato di nascondere la morte di Armita per paura di altre manifestazioni, come quelle del settembre 2022 scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini, ha cercato di infangare e nascondere la notizia arrestando la madre e il padre di Armita, cercando di intimidirli e di non farli esporre. Sono stati costretti anche a rilasciare dichiarazioni false alla tv nazionale pur di veder il corpo della figlia. Questo significa che il regime ha paura di altre manifestazioni e vuole far cessare gli atti di disobbedienza civile. Una situazione molto complessa perché i riflettori sono adesso sulla guerra israelo-palestinese con il regime che fa propaganda pro-Hamas cercando in questo modo di nascondere quello che accade in Iran».

L’unica sua colpa è stata quella di non portare il velo. Come è possibile spiegare un episodio (l’ennesimo) del genere ad una ragazza occidentale?

«È molto complesso. Quando parlo di diritti delle donne nelle scuole porto sempre esempi concreti. Il diritto all’aborto, ad esempio, è stata la prima cosa che nel 1979 (anno della rivoluzione khomeinista, ndr) è stata tolta. Questo vuol dire che tutti gli autoritarismi, tutte le dittature che hanno cercato e cercano di controllare i popoli iniziano sempre dalle donne. Iniziano, cioè, sempre togliendo i diritti alle donne. Quando le donne vengono messe di fronte a delle scelte, ad esempio ad essere pro o contro l’aborto, dovrebbero capire che per il bene della collettività devono essere sempre a favore dei diritti, per difendere la libertà di scelta. È importante per le donne conservare e difendere il potere di scelta, per non essere costrette ad emigrare in un altro Paese per ottenere diritti che non hanno. I diritti non sono scontati. L’Iran è un esempio concreto. Nel 1979 le donne hanno iniziato a valere sempre meno di fronte alla legge. Questo per far capire alle ragazze che anche se è stata ereditata, non è detto che le libertà in vigore oggi ci saranno anche domani. Le donne, le giovani donne devono essere sempre in prima linea, sempre al corrente di quello che accade e non essere indifferenti perché da un momento all’altro si può perdere qualsiasi diritto».

Cosa potrebbe alimentare la morte di Armita?

«Gli iraniani hanno intrapreso una nuova strada della rivoluzione, manifestando sostegno ad Israele e dissociandosi da quello che propaganda il governo, che vede gli israeliani come nemici. Da 44 anni ci dicono che Usa e Israele sono nostri nemici, il popolo iraniano si sta dissociando da quello che dice il governo. È però molto difficile perché la povertà in Iran continua ad aumentare, scarseggiano beni di prima necessità, a partire dai medicinali. La vita quotidiana sta diventando molto difficile, ma la morte di Armita porterà sicuramente nuove manifestazioni. La disobbedienza continuerà e continuerà l’attivismo digitale per portare avanti la voce del popolo. La morte di Armita rappresenta un’altra lacerazione per un popolo che continua a chiedere la liberazione delle giornaliste arrestate, degli artisti in prigione e delle centinaia di persone di cui non si sa più nulla».

Sei diventata un simbolo, anche grazie ai social, della lotta dei giovani e delle donne in Iran. Cosa significa essere un simbolo per migliaia di persone e allo stesso tempo un nemico di un regime?

«Ho iniziato a parlare di stereotipi culturali quando avevo nove anni: spiegavo agli altri che avevo il nome strano, ma che in realtà ero uguale a loro. Non sono un simbolo e in ogni caso non ho scelto di esserlo, ma ho capito quanto sia importante parlare e condividere. Mi sento una voce che, essendo in un posto giusto e protetto, può dire quello che va e quello che non va e cosa occorrerebbe fare per avere un futuro migliore. Visto che sono in posto che mi concede di farlo, non posso sottrarmi dal parlare e dal raccontare le ingiustizie e quello che accade in Iran. È un dovere umano».

Recentemente l’Unione europea ha assegnato il premio Sakharov a Mahsa Amini e alle donne iraniane. Basta un riconoscimento o occorre anche altro?

«Il parlamento europeo ha sostenuto subito la rivoluzione, condannando più volte il regime. Continua ad essere vigile e a fare molto, ma il via libera alla risoluzione per mettere nella lista dei terroristi i guardiani della rivoluzione islamica si è arenato al Consiglio europeo. Occorre fare di più, anche perché questo gruppo finanzia i terroristi. E va fermato, per il bene di tutto il Medioriente. 

 

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