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Il veliero dimenticato ritrovato nelle acque del Giglio. L'impresa di Andrea: «Il mio viaggio negli abissi» – Video
Con un’immersione ai limiti dell’impossibile è riuscito a mappare il “Pia” a ben 192 metri di profondità a undici miglia dall’isola
Nel buio assoluto. A -192 metri sul fondo del mare, riaffiora una storia. A circa 11 miglia dall’isola del Giglio, è adagiato il relitto del motoveliero Pia, affondato a colpi di cannone dal sommergibile britannico Tactician la sera del 5 maggio 1943. È una nuova pagina della Seconda guerra mondiale, custodita dal mare e riportata a galla da Andrea Bada, che vive per scoprire storie nascoste negli abissi. Emozione, paura, ma anche la grande soddisfazione per essere riusciti nella missione. «È una profondità a cui non mi ero mai spinto prima – dice –. È l’immersione più importante che ho fatto».
L’esploratore Bada si muove seguendo le indicazioni della storia e dei pescatori locali, con attrezzature tecniche di prima qualità, sia per immergersi che per girare filmati e fotografare i segreti degli abissi. Da anni sognava di incrociare il motoveliero Pia, dimenticato in fondo al mare dopo il suo affondamento. Sembrava impossibile da raggiungere, un uomo da solo a -192 metri con la sola forza della sua mente e delle sue pinne, un’attrezzatura video che supera i due metri di ingombro e un equipaggiamento che fuori dall’acqua pesa quasi 150 chili. L’impresa estrema si deve alla sua ostinazione e alla squadra che lo accompagna in queste spedizioni ai limiti dell’immersione umana, senza scafandro o attrezzature.
Pinne, coperto da una muta di soli cinque millimetri, maschera, autorespiratore e due bombole di sicurezza. L’immersione del cacciatore di relitti ha fatto centro. Ritrovato e mappato il relitto del motoveliero da carico Pia, costruito nel 1918 è appartenuto all’armatore Filippo Tomei & C. di Viareggio fino all’11 giugno 1940 quando venne requisito dalla Regia Marina e iscritto al ruolo del naviglio ausiliario dello Stato, impiegato nel servizio di vigilanza foranea. La sera del 5 maggio 1943 il Pia era in navigazione dalla Spezia alla Maddalena. Verso le ore 20, all’altezza delle Formiche di Grosseto viene attaccato con il cannone dal sommergibile britannico Tactician e affondato.
Il pericolo per Bada viene dalla profondità, non si è mai spinto a -192 metri, e poi ci sono le difficoltà dovute alla distanza dalla costa, quasi 40 chilometri, e le forti correnti che caratterizzano la zona. Eppure, non ha mai pensato di rinunciare. Del resto, sarebbe un po’ come chiedere a un astronauta: «Ma chi te lo fa fare?». Le persone in grado di effettuare immersioni a queste profondità devono essere sottoposte a un addestramento psicofisico molto approfondito e per certi versi simile a quello che serve per andare nello spazio.
Quando ci si immerge si deve essere certi di essere nel punto giusto, perché il tempo e la visibilità sono limitatissimi. «Quando ti spingi a quelle profondità, oltre i -150 metri, il principale dei rischi è la cosiddetta disconnessione cerebrale – spiega Bada –. È come se saltassero le sinapsi del cervello, poco alla volta ti spegni senza accorgertene e non riemergi più».
Il nostro Indiana Jones degli abissi si è preparato due anni prima del grande giorno. Un tempo lunghissimo per un’emozione da vivere in appena sette minuti, questo è quanto a quella profondità è potuto restare sul fondo. Poi sono servite sette ore di decompressione. E quel poco tempo negli abissi ha dovuto sfruttarlo al meglio, per catturare ogni singolo dettaglio utile alla classificazione, studio e identificazione del relitto.
Bada ha pinneggiato sul relitto della nave Pia resistendo alla pressione dell’enorme colonna d’acqua sul suo corpo, che ha prodotto 20 atmosfere, una spinta che laggiù negli abissi ha fatto diventare il suo corpo e i suoi organi più piccoli. Niente campane decompressive ne camere iperbariche. Le uniche persone che ha potuto vedere durante la sua risalita, appeso a un filo, sono stati i due coraggiosi assistenti che avrebbero potuto scendere e non trovarlo sulla cima di risalita. Andrea Mescalchin alla profondità di -90 metri e Federico Fiocca a quella di -40 metri hanno vegliato su di lui e nel caso di improvvisa perdita di coscienza erano pronti ad assisterlo ed eventualmente chiamare i soccorsi. In superficie, sull’imbarcazione d’appoggio gli assistenti Lorenzo Filippi e Tristano Ciampi.
«La concentrazione deve essere massima laggiù negli abissi, dove è impossibile sbagliare – racconta Bada –. Hai il cuore in gola e l’adrenalina è veramente tanta a quelle profondità». Giù nel buio più buio. In alto il solo riflesso del fascio della lampada strobo, che aiuta a sapere dov’è la cima di risalita. Il filo di Arianna, da seguire per non smarrirsi. «Prima di tentare l’immersione a quella profondità avevo fatto un test spingendomi fino a -180 metri – afferma il sub –. Da solo e a quella profondità è stata la mia prima volta. Sai che può accadere qualsiasi cosa e in qualunque momento. Uno dello staff tre giorni prima dell’immersione ha deciso di farsi da parte, non se l’è sentita di accompagnarmi e stare in attesa con la paura che non riemergessi». È difficile restituire il carico di tensioni. «Alcune notti prima della vigilia e anche qualche giorno dopo l’immersione non riesci a dormire. Hai il cuore che va a palla, sei agitato. E l’ultimo giorno, prima di andare giù, quando senti i tuoi genitori e tua moglie è inevitabile pensare che potrebbe essere l’ultima volta».
Andrea Bada, sub di origini torinesi che vive in Liguria e gestisce un diving center ad Arenzano, è famoso per le sue esplorazioni dei fondali del Mediterraneo, dove ritrova decine di relitti di tutti i tipi: tante navi militari ma anche aerei, ordigni, sezioni perdute della superpetroliera Haven e antiche navi romane risalenti a prima della nascita di Cristo. Tutti reperti dimenticati, ormai residenze di pesci e crostacei, che nascondono pagine di un passato abilmente svelate dalla sua squadra. «L’elemento più difficile di questa spedizione è stato la preparazione psicologica – spiega –. Preparare la mente ad andare da solo laggiù a quelle profondità è stato difficile e laborioso. Nella preparazione che è durata mesi sono stato seguito da Pamela Ciuffo, psicoterapeuta e psicologica dello sport».
Al suo attivo Bada ha tutte immersioni molto impegnative, che richiedono anni di esperienza, mesi per scegliere le condizioni meteomarine più favorevoli e poi – fatta l’immersione – ore e ore di decompressione per risalire in superficie. «Anche la preparazione atletica e fisica ha richiesto molti mesi per arrivare con una condizione in cui hai i battiti cardiaci veramente bassi – conclude –, in modo da non avere problemi anche a quelle profondità».
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