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Poveri ma grassi

di Martina Trivigno
Poveri ma grassi<br>

L’inflazione pesa sui portafogli delle famiglie e anche sulla salute. L’esperta: «Le persone sacrificano l’alimentazione, è rischio obesità»

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L’inflazione pesa sul portafoglio degli italiani e anche sulla salute. Sì, perché – secondo il ministero dell’Economia e delle finanze – i riverberi dell’aumento medio dei prezzi, soprattutto dei generi alimentari, avranno come conseguenza un incremento dei casi di obesità, già a partire da quest’anno e poi nel 2024.

In pratica, l’inflazione – e quindi la diminuzione del potere d’acquisto – costringe le famiglie a fare una drastica, ma necessaria, scelta: acquistare cibi che costano meno, magari nei discount o – peggio – “cibo spazzatura” nei fast food. E l’equazione è servita: prezzi inferiori, cibi di qualità scadente.

Secondo il report del ministero, la percentuale di persone in sovrappeso o obese è aumentata parecchio negli ultimi anni. Ma è nel 2020 che il fenomeno ha raggiunto un picco notevole, in parte dovuto al cambio di abitudini alimentari durante la pandemia. Ora, nei conti delle famiglie ci ha messo lo zampino l’inflazione e la percentuale dell’incidenza dell’obesità è destinata a crescere, ancora: salirà al 12,4% quest’anno e al 12,6% nel 2024.

Oggi, nel nostro Paese, sono sei milioni gli italiani obesi, 25 milioni, invece, in sovrappeso, di cui il 26, 3% (pari a 2,2 milioni) è rappresentato da bambini e adolescenti. Per risparmiare, le famiglie acquistano perlopiù cibi confezionati, spesso ricchi di conservanti e zuccheri. E poi comprano cibo nei fast food, più economico ma poco nutritivo e ricco di grassi; snack e dolci, alimenti che danno un senso di sazietà immediata ma sono altamente calorici. «Durante i periodi di crisi economica, le persone tendono a sacrificare la qualità della loro alimentazione – spiega la dottoressa Barbara Paolini, presidente nazionale dell’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica (Adi) e direttrice di Dietetica e nutrizione clinica dell’Azienda ospedaliero-universitaria senese –. L’incremento dei prezzi di alcune materie prime, spinge le famiglie ad acquistare alimenti di qualità inferiore: da sempre, infatti, gli alimenti più salutari sono anche i più costosi. Penso alla frutta, alla verdura, al pesce e alle carni magre. Così, le persone con redditi più bassi, scelgono di eliminare, o quantomeno limitare, il consumo di questi cibi. Non è un caso, infatti, che il tasso di obesità sia maggiore nei Paesi più poveri e in cui il livello culturale è più basso. E, anche in Italia, questo porterà a un incremento dell’obesità a causa dell’acquisto di prodotti a prezzi calmierati e, di conseguenza, più scadenti».

Da qui, una serie di buone pratiche. «È più facile per chi vive nei paesi – conclude Paolini –. Qui, infatti, è possibile trovare prodotti a chilometro zero e dunque a costo inferiore. E poi ci sono i mercati rionali dove si trovano materie prime locali esteticamente meno belle, che però sono qualitativamente buone. Lo stesso vale per il pesce: il mio consiglio è quello di cercare di preferire pesci di seconda scelta, come ad esempio sardine, acciughe e alici, che hanno un prezzo inferiore rispetto a orate e branzini ma sono comunque molto buoni. Una dieta sana è fondamentale per una buona salute».


 

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