Il Tirreno

Toscana

«Sono dei centri sociali per i paesi»

di Sara Venchiarutti
«Sono dei centri sociali per i paesi»

Il Sinagi: nell’ultimo anno il 10% di attività in meno in Toscana

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Si può partire dai numeri. Stavolta quelli sono «significativi», dice il coordinatore regionale del sindacato nazionale giornalai d’Italia (Sinagi) per la Toscana Raniero Casini. Servono per capire cosa sta accadendo alle edicole. Anche in Toscana. Solo nelle province di Firenze e Prato da gennaio fino alla fine del mese di settembre sono state chiuse circa una trentina di edicole. 31, per la precisione. E la previsione, «da quello che sentiamo, è che entro la fine dell’anno ne chiuderanno altrettante», dice Casini. In pratica 60 edicole con le serrande abbassate, pronte a diventare “tela” per le bombolette spray, in appena un anno. «In queste due province – aggiunge Casini – i punti vendita sono circa 550. Vuol dire che solo questo anno chiuderà quasi il 10% delle edicole presenti». Perché proprio queste due province? «Perché nel resto della regione – assicura Casini – va allo stesso meno».

E così stasera in diverse città toscane le saracinesche delle edicole resteranno alzate, le luci accese anche di sera, dopo l’orario di chiusura. È la notte delle edicole, organizzata dal sindacato Sinagi. Chi parte dalle 19, chi dalle 21 fino alle 23. Ci sarà un’edicola aperta per città: sarà lei il centro dell’iniziativa, «dove convergeranno colleghi, amministratori locali, cittadini. Cominceremo a invitare i nostri clienti sin dalla mattina», spiega Casini.

C’è il capoluogo di Regione, Firenze, e anche Empoli, Grosseto, Prato, Livorno, Viareggio. Ma anche tanti altri comuni più piccoli: Borgo San Lorenzo, Castel Fiorentino, Figline, Lamporecchio, Pontassieve, Rufina, San Giovanni Valdarno, San Miniato Basso, Sesto Fiorentino.

Un appuntamento per sensibilizzare e far conoscere le difficoltà che le edicole stanno attraversando. «In preparazione – dice Casini – della manifestazione nazionale che si terrà il 21 novembre a Roma con editori, distributori, verranno anche dei parlamentari.

E le difficoltà, assicura il sindacato, sono diverse. A partire dalle periferie, o da quei piccoli paesi che sì, alla fine restano senza un edicolante. Ci sono comuni – conferma Casini – che non hanno più un’edicola. I colleghi, quando arrivano all’età della pensione, vanno avanti qualche anno perché gli piace: vivono da anni nel paese, la gente si ferma, chiacchiera, e l’edicolante è uno dei punti centrali da un punto di vista sociale».

Il problema è che poi, una volta andati in pensione, manca il ricambio generazionale. «Oggi – spiega Casini – per i giovani non è un posto appetibile. È anche impegnativo: ti devi alzare alle 6 ogni mattina, devi stare lì tutto il giorno, sei in un chiosco e, se non hai la possibilità di chiudere tutto, stai al freddo o al caldo, a seconda della stagione».

E questa è la prima ragione. Poi ci sono le difficoltà economiche. L’aumento dei costi di gestione di un’edicola, a partire dalle bollette. E così capita che, magari una domenica, si debbano fare chilometri e chilometri prima di trovare un’edicola aperta. Soprattutto nei giorni festivi, ma «tante non aprono nemmeno il pomeriggio se non hanno tante vendite», aggiunge Casino. Sulla domenica il problema risale a un tempo ormai lontano: al 1998, quando sono cominciate le liberalizzazioni: «Le edicole – spiega il coordinatore regionale – non sono più le uniche a vendere i giornali, ma ci sono anche bar e tabaccherie. Il secondo duro colpo è arrivato dalla vendita da parte della grande distribuzione organizzata. Infine nel 2018 in regione è entrato in vigore il nuovo codice del commercio: un altro colpo con una domanda che qualsiasi persona può fare al Comune per aprire un’attività di vendita anche di giornali. Se l’edicola non è più un punto importante per gli amministratori, se non interessa a nessuno, a quel punto a chi deve interessare? E allora si rallenta, invece che lavorare tutti i giorni, si chiude la domenica, quando non si perde, ma nemmeno si guadagna».


 

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