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«In Israele sarà guerra lunga, ma c'è una soluzione per la pace»: parla l'esperto ex consigliere della Difesa
«Il fatto che le forze speciali israeliane abbiano eliminato gran parte dei capi della rivolta di Gaza ha portato a una parcellizzazione. Ora comandano dei diciottenni che non hanno idea delle conseguenze delle loro azioni»
Per troppo tempo la polvere è stata nascosta sotto al tappeto. Ecco perché siamo arrivati a questo punto, spiega Andrea Margelletti, presidente del Centro studi internazionali (Cesi) e consigliere strategico del ministro della Difesa dal 2012 al 2018. E aggiunge: «La questione israelo-palestinese è abbandonata al suo destino da anni e, ora, la situazione è incancrenita».
Prima la pioggia di razzi da Gaza su Israele, poi – sempre ieri – l’irruzione degli uomini di Hamas per le strade con le persone barricate in casa per proteggersi dagli spari. «Una delle ragioni è quella di creare problemi economici a Israele per fare male al nemico più ricco», sottolinea Margelletti.
Presidente, la vicenda israelo-palestinese si è risvegliata all’improvviso.
«Era stata pressoché dimenticata, anche a causa di altre questioni, come la guerra in Ucraina, le vicende vissute nel sud del Mediterraneo e la grande competizione tra Cina e Stati Uniti. Ma i problemi dimenticati non si risolvono da soli e quindi prima o poi, inevitabilmente, riemergono. E quando riemerge un problema a lungo dimenticato, lo fa in maniera forte, brutale, virulenta. Questo è ciò che, di fatto, è successo».
Qual è la sua analisi?
«La caratteristica interessante dal punto di vista analitico di questi eventi è che non si tratta di un “semplice” attentato terroristico, anche su larga scala, nei confronti di Israele. Si tratta del tentativo di due organizzazioni, Hamas e la Jihad palestinese-islamica, di mettere il governo di Tel Aviv in grande difficoltà».
Esiste qualche similitudine con il conflitto ucraino?
«Sì, c’è un paragone molto interessante tra l’attuale guerra in Ucraina e quello che sta succedendo in queste ore in Israele: la sostenibilità del conflitto dal punto di vista economico».
Si spieghi meglio.
«Ogni giorno i russi lanciano decine di droni contro gli ucraini che costano dai 10 ai 30mila dollari. Il governo ucraino deve provare a bloccarli tutti: basta che ne passi uno soltanto, infatti, per avere morti nel Paese. Quindi, gli ucraini rispondono lanciando missili da difesa aerea che dà loro l’Occidente che costano da uno a tre milioni di dollari».
Quindi?
«Da una parte c’è un razzo che costa 10mila dollari, dall’altra parte un missile che costa un milione. Ecco, è la stessa cosa che sta accadendo in questo momento in Palestina, dove vengono lanciati razzi che costano dalle poche centinaia di dollari alle poche decine di migliaia e gli israeliani, per proteggere la loro gente, sono obbligati a rispondere con strumenti che costano invece dalle molte centinaia di migliaia di dollari al milione di dollari».
Qual è l’obiettivo?
«Far sì che la guerra diventi insostenibile per l’avversario più ricco. È un tentativo di Hamas per fare in modo che gli israeliani debbano alzare le tasse o diminuire la qualità della propria vita. Il lancio di questi razzi, oltre a mettere in pericolo le vite umane, infatti, fa sì che la popolazione israeliana non lavori perché sta nascosta nei bunker. In una società industriale, quando si fermano gli ingranaggi è un caos. Un danno nel danno».
Qual è la caratteristica di questi attacchi?
«La modalità di combattimento è profondamente diversa: le democrazie si occupano anche di proteggere il nemico. Noi abbiamo sviluppato armamenti sempre più sofisticati, anche in maniera ipocrita perché la guerra è fare male a qualcun altro, ma c’è un’attenzione perché i civili non vengano colpiti o, quantomeno, corrano meno rischi rispetto a un tempo. Le organizzazioni terroristiche o di milizia ragionano in maniera molto diversa».
Chi c’è adesso a capo?
«Il fatto che le forze speciali israeliane abbiano eliminato gran parte dei capi della rivolta di Gaza ha portato a una parcellizzazione. Ora comandano dei diciottenni che non hanno idea delle conseguenze delle loro azioni».
Quale scenario si profila?
«Non è una puntura di spillo, potrebbe essere una cosa lunga e sporca, con tragiche ripercussioni sui civili di entrambe le parti: da come è iniziata c’è la sensazione che tutte e due le leadership vogliano dare un colpo molto forte al proprio avversario».
Diceva un rallentamento dell’economia: e i civili?
«È la stessa ragione del rallentamento del grano ucraino: se i campi sono i campi di battaglia e i contadini fanno i soldati, chi lo semina e poi chi lo raccoglie il grano? Molti parlano della grande geopolitica ma, alla fine, tutto si riconfigura a delle famiglie che non hanno più un tetto sotto cui vivere e non sanno più come sfamare i figli».
Poi ci sono le vittime.
«Certo, ma c’è il problema non soltanto dei morti, ma anche dei sopravvissuti con ferite che non si rimargineranno mai più perché sono quelle psicologiche. Le guerre hanno, tra le loro conseguenze, migliaia e migliaia di bambini che per tutta la vita saranno spaventati anche se una porta sbatte più forte perché ricorda loro il rumore di una bomba».
Possiamo avere una speranza di pace?
«Se l’avremo, anche tra mille anni, la politica deve essere quella dei due popoli e due Stati».l
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