Italia
Yaser, il migrante in cerca di libertà muore dopo lo sbarco in Toscana
Siriano, 53 anni, era arrivato mercoledì. È deceduto in una struttura d’accoglienza. Era stato tratto in salvo dalla nave ong Open Arms arrivata nei giorni scorsi a Marina di Carrara
MASSA-CARRARA. Era il viaggio verso la libertà, lontano dalla sua terra, la Siria, oppressa dalla guerra.
Ma il viaggio di Yaser Thane Airsheadt è finito nel cortile di una struttura di accoglienza, in Lunigiana, a una manciata di chilometri dal porto di Marina di Carrara dove aveva toccato terra, tratto in salvo dalla nave ong Open Arms.
Il cuore di Yaser, a 53 anni, ha smesso di battere davanti agli occhi del fratello: la stanchezza lo ha sopraffatto.
E, adesso, nella sua terra non potrà tornare neppure da morto: troppi vincoli, troppe difficoltà. Si sta pensando a una sepoltura in Italia.
Non è una storia a lieto fine quella di Yaser. Ed è una di quelle storie in cui la parola “migrante” diventa un volto, pallido con i baffi appena accennati, una camicia a quadretti, il cappello blu calato in testa e la mano sinistra accennata, con il segno di vittoria.
È la foto scattata subito dopo lo sbarco dalla Open Arms, quando pensava di avercela fatta. Di essere davvero a un passo da un futuro migliore.
In questa storia va scritto, invece, un altro finale. Più tragico dell’inizio e intrecciato a doppio filo con la forza e la speranza di chi fugge dalla guerra.
Yaser non ha avuto paura a scendere dal camion che gli dava lavoro e pochi soldi per mangiare. E si è fatto forza, non ha versato lacrime quando ha salutato la moglie e i sei figli, alcuni molto piccoli. È anche e soprattutto per loro che il deserto e le sue insidie non lo hanno fermato.
È per i suoi bambini, che Yaser è salito su un gommone, insieme al fratello Moutaz di 27 anni, bruciando i pochi risparmi con la speranza di una nuova vita, tutta da inventare. Ma senza più l’orrore della guerra.
Dal deserto al mare, per arrivare fino in Italia, e poi in Europa dove per prima cosa avrebbe dovuto curare la sua gamba, martoriata dall’esplosione di una mina anti uomo.
Yaser Thane Airsheadt è sbarcato nel porto di Marina di Carrara mercoledì scorso: nella nave piena di ragazzini c’era anche lui, che di anni ne aveva cinquantatrè.
È sceso dalla Open Arms, la nave che ha salvato lui e tante altre vite, accanto al fratello.
Non si sono persi di vista un istante, neppure nella struttura fieristica, diventata fin dal primo sbarco in terra apuana, quartier generale per le visite mediche.
Insieme, i due fratelli, hanno raggiunto una struttura di accoglienza, sulle colline placide della Lunigiana. Qui avrebbero dovuto attendere il loro destino proseguire il viaggio della speranza.
Giovedì sera Yaser ha cenato con il fratello Mouatz e altre persone, sbarcate dalla Open Arms. Il ricordo del fratello, attraverso le parole dei mediatori che stanno facendo un grandissimo lavoro in termini di accoglienza, è di un sorriso. «Yaser era felice di essere arrivato in Italia, voleva curare quella gamba che, una volta guarita, gli avrebbe poi consentito di lavorare ancora di più, di dare un futuro alla famiglia».
Durante la cena i sorrisi, il racconto degli orrori vissuti in patria che, per tutti, sembravano ormai lontani. Separati dal deserto, e dal mare.
Il dramma avviene nella notte, quella del sonno pieno di stanchezza.
Poco dopo la mezzanotte Yaser sveglia il fratello, dice di stare male, di avere bisogno di un po’ d’aria. Il dolore al petto si fa più intenso: viene allertato il 118. Ma Yaser crolla a terra. I soccorsi saranno vani. Il suo cuore ha smesso di battere, 24 ore dopo l’arrivo in Italia. Dopo aver attraversato il deserto, affrontato il mare. Nonostante quel segno di vittoria che forse gli ha fatto pensare che il peggio fosse ormai alle spalle.
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