Sicurezza
La voce delle donne iraniane, Pegah Moshir Pour: «Noi, vita e libertà»
L’attivista italo-iraniana racconta il Paese sanguinario. «Usano il velo come pretesto per giustificare il loro pensiero misogino»
«Fanno bene le donne iraniane a chiedere la cosa giusta, anche in mezzo alla repressione violenta: la libertà». Pegah Moshir Pour parla con fermezza, anche se la voce vibra. C’è il dolore per il massacro di Armita, 16 anni e una colpa: il velo non indossato, secondo «gli ipocriti» del regime. E anche la paura per la madre arrestata, colpevole solo di chiedere notizie, a squarciagola davanti all’ospedale dove la figlia è stata portata, probabilmente a morire. Nella voce di Pegah, che in Iran c’è nata, anche se non c’è cresciuta, c’è pure l’orgoglio per il premio Nobel, appena assegnato a un’attivista. Una donna come lei che non spegne la voce: Narges Mohammadi , 31 anni di carcere e ormai tante frustate da perdere il conto. Corpo preso, ma idee libere.
Pegah, che cosa ha pensato quando è arrivata la notizia del pestaggio di Armita?
«A un anno di distanza dall’uccisione di Masha Amin il regime non è cambiato per niente. Quindi dovremo cambiare noi con le nostre azioni politiche e soprattutto con condanne più severe e attuabili».
Perché la polizia morale continua ad accanirsi contro le ragazze che non portano il velo o lo portano in modo “irregolare”?
«La polizia morale semplicemente esegue ordini che le vengono imposti. Sono leggi per poter distogliere l’attenzione dai soprusi. Non è una questione di velo, ma di volere la libertà. I ragazzi e le ragazze non smetteranno di chiedere la libertà e non torneranno indietro».
Quale significato la polizia morale attribuisce la velo?
«Il velo in realtà, come previsto dalla religione e come si usava in Iran, anche prima della rivoluzione del 1979, era una scelta. Era una libera scelta delle donne se portarlo o meno. Il velo non è mai stato obbligatorio, neppure secondo la religione. Sono pure leggi misogine, maschiliste e patriarcali. Le donne perché hanno sempre avuto una presenza sempre più forte nella società. Quindi limitare le donne vuol dire assicurarsi in qualche modo il proprio status quo di potere, di dominio.
“Le donne sono state per prime attaccate subito all’indomani della rivoluzione del 1979. Quindi era un modo per poter opprimere e reprimere le persone e poter portare avanti le proprie idee misogine e maschiliste».
Ma perché il velo è più importante da censurare rispetto ad altri indumenti femminili o maschili?
«Il vestiario femminile, ma anche maschile – perché ad esempio i maschi non possono stare in pantaloncini, neppure per andare a correre – sono un simbolo di libertà, rappresentano come vogliamo ere essere nella società, così come per la società lgbtqi+ o o anche per le persone che appartengono a minoranze etniche o religiose: anche loro sono stanche di questo regime».
A cosa serve arrestate la madre di una ragazza in fin di vita, come Armita?
«Questi arresti o minacce anche ai familiari di ragazzi morti o arrestati sono giochi psicologici che cerca di fare il regime. Ma sono anni che li fa. Ma sono anni che li fa, ma in qualche modo siamo pronti a ogni cosa. Purtroppo questi giochi giochini che il regime fa sono conosciuti e riconosciuti da tempo».
Che cosa succederà ai poliziotti che hanno picchiato quasi a morte Armita?
«Ai poliziotti non succederà nulla perché per il regime hanno fatto il loro dovere».
Perché l’Iran non teme la reazione dell’Occidente di fronte ai pestaggi o alle esecuzioni di massa dei giovani?
«L’Iran non teme le reazioni dell’Occidente semplicemente perché ha al suo fianco in maniera molto solida, leale e fedele la Cina e la Russia. A gennaio entrerà anche nei Paesi Brics (raggruppamento delle economie mondiali emergenti di cui fanno già parte Brasile, India e Sudafrica) darà una svolta ulteriore al suo ruolo nella politica internazionale e a questo nuovo ordine mondiale che non conosciamo».
Uccidere una ragazza per come indossa il velo appare un pretesto. Ci può spiegare le ragini vere, profonde della violenza del regime?
«La vera ragione per uccidere le ragazze, le persone non allineate è semplicemente mantenere il potere, mantenere la propria autorità perché l’Iran è un Paese ricco di materie prime. È un paese immenso, che ha una storia e cultura millenaria e chi comanda non vuole lasciare l’Iran: è un Paese che ha molto da dare e da negoziare. Tutto è un un pretesto per il loro modo maschilista, misogino e patriarcale di pensare e di vedere l’Iran».
La popolazione oggi con chi sta? Con chi protesta o con il regime?
«Il 70% della popolazione ha meno di 35 anni, è una popolazione che vuole cambiamento e libertà, perché l’attuale regime non è stata una sua scelta, gli è caduto addosso. C’è una piccola parte della popolazione che teme il regime e se lo tiene stretto, in qualche modo, perché crede nella sua autorità. Ma dobbiamo anche capire che sono 44 anni che il regime fa una propaganda continua sulla mente di alcune persone per tenerle strette a sé. Quindi bisogna aiutare i ragazzi e le ragazze a divulgare la verità sula dittatura affinché i governi occidentali smettano di fare accordi con questo regime».
Quale accesso c’è oggi in Iran alla rete e ai social?
«L’Iran apre e chiude il rubinetto di Internet come vuole. Quindi nel momento in cui sa che ci può essere una maggiore condivisione di contenuti, chiude o rallenta Internet proprio per non dare la possibilità alle persone di comunicare con l’esterno. E i social sono tutti bloccati, ma la popolazione si è dotata di applicazioni Vpn così da poter rompere il filtro e poter usufruire delle applicazioni. Ma è sempre una guerra. Proprio perché la censura passa anche dalla rete, dobbiamo ribadire quanto siano importanti anche i diritti digitali che devono essere considerati diritti umani».
Pegah, lei che cosa può fare per sostenere la resistenza in Iran?
«Io cerco di divulgare la situazione iraniana perché quello che è importante sottolineare è che quando mancano i diritti delle donne, mancano i diritti umani, mancano i diritti globali. Tutte le donne del mondo devono unirsi e chiedere un cambiamento a questa società che è patriarcale, misogina e maschilista. E dobbiamo avere il coraggio di ispirarci in qualche modo alle donne iraniane che ci insegnano che, anche davanti alla grande repressione violenta, bisogna chiedere sempre la cosa giusta: la libertà».l
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