Deficit e debito gigantesco, una legge di bilancio insostenibile e pericolosa
L'analisi della legge di bilancio
Il nostro Paese sta seriamente rischiando di trovarsi in una situazione analoga in termini di bilancio a quella del novembre 2011. Per giustificare una simile valutazione occorre mettere in fila alcuni elementi di evidenza quasi palmare.
Le attuali versioni che circolano della legge di Bilancio prevedono spese coperte in deficit per 15,7 miliardi su una manovra di 22-25 miliardi di euro; quindi si tratta di una serie di misure quasi tutte costruite con il deficit, a cui vanno aggiunti altri 3,2 miliardi, ancora in deficit, utilizzati per i decreti attualmente in discussione e destinati a finanziare bonus e una tantum da prorogare per gli ultimi tre mesi di quest’anno. Dunque, l’Italia sembra mantenersi in vita solo con misure in deficit che partoriscono una montagna di debito da vendere; un debito però che è ormai privato del decisivo supporto degli acquisti operati dalla Bce e si deve rivolgere a mercati già intasati dalle offerte di titoli di debito di altri Paesi che, pur solidi, pagano interessi alti. In questo senso, lo spread non è più un indicatore delle condizioni del debito italiano perché anche la Germania, che costituisce il metro di paragone, paga interessi assai sostenuti.
Ma c’è un aspetto ancora più paradossale nell’attuale situazione: il governo chiede al Parlamento di poter operare in tal senso, con un forte incremento del deficit, giustificando la «sostenibilità» di questo maggior deficit con una ipotesi di crescita nel 2024 dell’1,2% che dipenderebbe quasi interamente da un aumento dei consumi determinati dalle maggiori retribuzioni generate dalle misure prese in deficit. In pratica, il governo fa deficit, spende e dichiara sostenibile quella spesa con una ipotetica crescita del Pil determinata dalla spesa in deficit. Siamo di fronte ad un salto mortale senza paracadute almeno per due ragioni.
La prima si lega alla spesa finanziata in deficit: riuscirà realmente ad aumentare i consumi e quindi a spingere il Pil o sarà troppo concentrata in fasce ridotte della popolazione e per molte misure in fasce già a reddito alto, tanto da non produrre un vero aumento dei consumi e del Pil ? Senza un aumento vero dei consumi il Pil non crescerà, a meno di non essere gonfiato da un’inflazione speculativa senza alcun miglioramento delle condizioni della popolazione italiana con redditi medio bassi.
La seconda ragione ha a che fare con lo stesso debito. Fare deficit significa fare nuovo debito con un costo ormai insostenibile: nel 2020 lo Stato italiano pagava 57 miliardi di euro di interessi, nel 2023 supererà ampiamente i cento e nel 2025 saranno 132. È evidente, dunque, che il governo Meloni sta davvero percorrendo una strada pericolosissima.
Nella Nadef emergono alcuni numeri che chiariscono ancora meglio il quadro. Con l’attuale pressione fiscale, da qui al 2026 sarà necessaria una riduzione della spesa pubblica, a cominciare dalla sanità per 88 miliardi; un taglio praticamente insostenibile e l’unico salvagente per il debito diventato gigantesco – siamo già oltre i 3mila miliardi di euro – saranno, ancora secondo la Nadef, le privatizzazioni. In altre parole il rischio è che il governo faccia esplodere il debito, non più protetto dalla Bce e dalle deroghe finora concesse al Patto di stabilità, dovendo tagliare brutalmente la spesa perché non può pagare gli interessi e dunque riattivando la strada delle privatizzazioni. Ma tali dismissioni, per essere in grado di generare cassa, dovranno coinvolgere, inevitabilmente, i gioielli di famiglia.
*Università di Pisa
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