Il Tirreno

Toscana

L'intervento

Ecco l’agroinflazione

di Alessandro Volpi*
Ecco l’agroinflazione

Prezzi Usa alle stelle e Africa alla fame

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Una ipotesi di lettura. A metà settembre le persone sbarcate sulle coste italiane sono state circa 130 mila. Provengono in larga misura da paesi africani, Guinea, Costa d'Avorio, Tunisia, Egitto Siria, Mali, Burkina Faso, a cui si aggiungono i migranti di Bangladesh e Pakistan. Cosa hanno in comune queste realtà, oltre a una situazione politica ben poco democratica? Quasi tutte soffrono da mesi una forte inflazione alimentare che oscilla dal 15 al 60% e che rende la fame una tragedia. Si tratta di un'inflazione che dipende, in grande parte, dalla speculazione finanziaria. Secondo le stime del Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti, i prodotti agricoli statunitensi che arriveranno in Africa per tutto il 2023 hanno un valore di 6,3 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sono infatti i principali fornitori di vaste aree del Continente e, in particolare, del Nord Africa, dove stanno esportando a prezzi sempre più alti. Nel 2021, infatti, il valore delle esportazioni era di 5,1 miliardi di dollari per un volume di beni assai superiore rispetto al 2023. E’ evidente dunque che il forte rincaro dei prezzi praticati dalle grandi compagnie Usa, molte delle quali nelle mani dei fondi finanziari, ha generato gravi difficoltà negli approvvigionamenti di Guinea, Costa d’Avorio e soprattutto Egitto e Tunisia, dove la dipendenza dalle produzioni americane è decisamente rilevante. I prezzi Usa, che si sono impennati pur in assenza di un reale crollo dell’offerta reale, hanno scatenato così una pericolosissima agroinflazione, simile a quella del 2008, all’origine delle primavere arabe. Assai meno incidono invece le importazioni di beni agricoli dalle zone del Mar Nero, dall’Ucraina e dalla Russia che vengono costantemente, ed in maniera erronea, indicate come le vere responsabili delle criticità africane. Le realtà africane da cui partono i migranti presentano poi un altro dato economico significativo. Sono paesi dove la produzione agricola avviene in zone fortemente colpite dal cambiamento climatico, dalla desertificazione e dalla sempre più tragica carenza di acqua. Ciò ha significato, negli ultimi due anni, che l’insostenibile lievitazione dei prezzi dei beni agricoli, dettata dalla speculazione, non ha potuto essere in alcun modo compensata né dalla produzione interna né dalle esportazioni, necessarie a dotare i paesi africani delle risorse per soddisfare all’estero il loro fabbisogno alimentare. Sulle esportazioni ha pesato, e continuerà a pesare, un altro elemento della speculazione finanziaria, costituto dall’altissimo prezzo dei beni energetici, il cui costo incide sulla filiera produttiva dei paesi africani in misura non sopportabile. In estrema sintesi, per effetto della speculazione che ha scatenato l’inflazione, i paesi d’origine dei migranti non hanno avuto più la capacità di comprare le produzioni americane, anche perché privati delle entrate in passato garantite dalle loro esportazioni, ora bloccate dai prezzi dell’energia. Il disastro ambientale sta facendo il resto. Forse, prima di immaginare fantasiosi piani di intervento nei paesi d'origine, o altre forme di nuova colonizzazione in base allo slogan “aiutiamoli a casa loro”, sarebbe più utile smontare la colossale speculazione.

*Università di Pisa


 

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