Sicurezza
Terremoto in Marocco, il sismologo Meletti: «È stata sprigionata un’energia superiore alla bomba atomica»
L’esperto dell’Ingv spiega che in Marocco è come «se fossero scoppiati 900 milioni di kg di esplosivo in forma di onde sismiche nella Terra»
Tra le montagne che passano alle spalle di Marrakesh per arrivare fino all’Oceano Atlantico, a 10 chilometri sotto la superficie del suolo, è come se fossero scoppiati 900 milioni di chilogrammi di esplosivo, sotto forma di onde sismiche. Più della bomba di Hiroshima: la sua energia rilasciata a è pari a una magnitudo 6. Invece è di 6.8 la magnitudo del terremoto che nella notte di venerdì ha fatto tremare il Marocco. «Di fatto il più forte in quella zona», dice Carlo Meletti, sismologo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). Paragonabile al terremoto dell’Irpinia del 1980, «il più forte in Italia negli ultimi 100 anni». Quattro volte maggiore, in termini di energia rilasciata della scossa più forte registrata ad Amatrice (a Norcia, il 30 ottobre 2016).
Professor Meletti, quella zona del Marocco è molto soggetta a terremoti così forti?
«Sì, si sono registrati nel tempo dei terremoti, anche se non frequenti. Nel 1960 Agadir fu rasa al suolo da un terremoto analogo a quello di venerdì notte: la magnitudo era minore, circa 6, ma siccome l’epicentro era vicino alla città i danni furono maggiori e, infatti, il centro urbano è stato tutto ricostruito. Stavolta l’epicentro è in mezzo alla catena montuosa dell’Atlante, che taglia in due il Marocco, dove ci paesini molto piccoli: quello più vicino è Adassil, di circa 7mila abitanti. Questo è il motivo per cui il numero di vittime, per quanto provvisorio, è più limitato».
Che cosa è successo?
«Questa catena montuosa si è formata nel corso di milioni di anni a causa della spinta della placca africana che si muove verso nord, cioè verso quella europea. In mezzo, insieme al Marocco, come in una morsa, ci siamo anche noi (Italia) e l’area mediterranea. Così l’intera fascia del Nordafrica si deforma: gli stessi movimenti che creano i rilievi causano i terremoti. Le placche si muovono una verso l’altra e in questo modo hanno accumulato energia, rilasciata con i terremoti quando l’energia accumulata diventa “insostenibile”».
Lei ha detto che anche l’Italia è “in mezzo” a queste due placche che si spostano. C’è una correlazione tra questo terremoto e le scosse registrate pochi giorni fa a Napoli?
«Sì e no. Sì, perché comunque questa fascia mediterranea, ampia centinaia di chilometri tra Africa e Europa, è tutta in movimento. Si può dire che dal punto di vista geodinamico, l’Italia come il Marocco fanno parte della stessa fascia di deformazione tra la placca africana e quella europea».
E no perché?
«Intanto il terremoto verificatosi a Napoli è di origine vulcanica, causato dai movimenti sotterranei del magma, e non è stato di origine tettonica, legata ai movimenti delle faglie».
Ma se lo fosse stato?
«Le due aree fanno parte dello stesso sistema, ma da un punto di vista sismologico non ci può essere comunque un legame diretto. Il cosiddetto “effetto domino” - un terremoto che ne innesca un altro perché l’energia rilasciata da una faglia si propaga e dà alla faglia confinante l’input per rompersi - succede solo a distanze molto limitate, qualche decina di chilometri».
Da noi quindi questa scossa di terremoto non può causarne altre, anche se siamo nella stessa “area”.
«No, un terremoto in Marocco non può innescarne uno in Cile o in Italia».
Ma in Marocco cosa dobbiamo aspettarci ora?
«Sicuramente ci saranno, come già sta accadendo, repliche, che di solito si susseguono per giorni e settimane nella stessa area. Poi potrebbe succedere che questo terremoto possa provocarne un altro della stessa potenza lì vicino. Come accadde a febbraio in Turchia: allora si trattò di un terremoto molto più forte (7.8), e dopo circa 9 ore ha innescato un altro terremoto quasi altrettanto forte sulla faglia vicina».
In Turchia la superficie terrestre si era pure spostata, con effetti visibili. Anche in questo caso si sono verificate conseguenze simili?
«Sicuramente è successo anche in questo caso. Terremoti così forti lasciano dei danni sulla superficie terrestre, dove si vede la rottura con una parte sollevata rispetto all’altra. Accadde lo stesso ad Amatrice, con la faglia che si era spostata. Ora bisogna trovarla. Colleghi sismologi stanno facendo in queste ore l’elaborazione dei dati satellitari prima e dopo il terremoto».
Ma si può prevedere un terremoto?
«No, non siamo in grado di fare questo tipo di previsione, e cioè dire che quel punto si sta per rompere in questo giorno. Quello che sappiamo fare è una stima della probabilità che avvenga un terremoto in quell’area, con finestre di tempo nell’ordine di decine di anni. Le mappe di pericolosità ci dicono dove, nei prossimi 50 anni, è più probabile avvenga un sisma, ma esattamente quando no. Anche le cosiddette scosse premonitrici: non sempre succede che dopo arrivi un terremoto più forte. Anzi, in Italia avviene raramente: nel 90% dei casi è proprio la prima scossa, quella più forte».
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