Proteste
Manovra, è l’ora di scelte e priorità
Risorse scarse e un futuro nebuloso
Il governo Meloni è alle prese con la legge di Bilancio, che sarà assai complessa da scrivere. Pesano in maniera evidente tre aspetti.
Il primo è frutto delle scelte degli ultimi anni, rispetto alle quali l’esecutivo Meloni non ha modificato la rotta ed è costituito dal largo ricorso alle misure una tantum. In pratica si varano bonus per qualche mese, si garantisce una copertura finanziaria solo per quei mesi, dunque, ugualmente una tantum, e poi quando si tratta di rinnovarli le coperture non ci sono più. Così è accaduto per i tagli delle accise del governo Draghi, così per i tagli del cuneo fiscale, così per i bonus energia e per i bonus edilizi, in quest’ultimo caso con l’aggravante della cessione del credito che ha reso non quantificabile l’esborso da parte dello Stato. In pratica, la politica ha scelto di ricorrere sempre a misure temporanee, motivandole con ragioni di urgenza, e non ha varato invece provvedimenti che avessero carattere strutturale sia sul versante delle uscite sia, soprattutto, su quello delle entrate, data la dominante retorica della “guerra alle tasse” e del “pizzo di Stato”. Ora, per rinnovare le una tantum serve una ventina di miliardi che non è attualmente disponibile. Il secondo aspetto è costituito dalla eccessiva onerosità dell’indebitamento pubblico. Dopo la decisione della Bce di cessare gli acquisti dei titoli del debito pubblico dei singoli Stati e dopo il rialzo dei tassi d’interesse, il collocamento dei titoli del debito pubblico italiano è diventato molto costoso, tanto che nella legge dii Bilancio 2024 dovranno essere inseriti ben 100 miliardi di euro di interessi per garantire una remunerazione più alta ai compratori del debito del nostro paese. Peraltro l’imposta sugli extraprofitti delle banche italiane conteggiando anche i rendimenti dei titoli di Stato finisce per applicare a tali titoli, comprati dalle banche, un’imposta ben superiore al 26% con un’inevitabile riduzione degli acquisti da parte delle banche stesse. Il terzo aspetto si riferisce alla eventuale modifica del Patto di stabilità attualmente in discussione da parte della Commissione europea. Un davvero scottante per il governo italiano perché se ritornasse in vigore il vecchio Patto, sospeso nel marzo 2020, gli oneri della legge di Bilancio diverrebbero insostenibili. Ma anche se entrasse in vigore un nuovo Patto costruito su parametri meno duri non è affatto sicuro che l’esecutivo Meloni potrebbe contare su un rapporto deficit/Pil al 3,7% e dunque avrebbe meno spazi di manovra da utilizzare. Secondo le versioni che sono circolate l’elemento qualificante del Patto sarebbe la spesa pubblica al netto delle entrate una tantum e delle spese per la disoccupazione, comprendendo però di fatto la spesa per gli interessi sul debito. La dichiarazione secondo cui la spesa netta non deve tener conto degli interessi sul debito è infatti annullata dal modo in cui la stessa spesa netta è calcolata. La modifica del Patto prevede che il rapporto debito/Pil si riduca nell’arco di tempo concordato da ogni singolo paese con la Commissione e che la riduzione avvenga attraverso la modulazione della spesa netta. Implicitamente, dunque, si sta affermando che questa modulazione deve tener conto dell’andamento della spesa per interessi, contraddicendo quindi la norma secondo cui tale spesa non deve considerare gli interessi sul debito. Alla luce di ciò, il “nuovo” Patto non sarebbe certo favorevole per l’Italia, data la frequenza delle entrate una tantum – come dimostrano le varie imposte “straordinarie” – e data la consistenza del peso degli interessi, generati proprio dalla fine della politica degli acquisti da parte della Bce e dagli alti tassi praticati. In estrema sintesi, sembra essere giunto il momento delle scelte chiare per Meloni e la sua coalizione, costretta a individuare delle priorità. È evidente che, rebus sic stantibus, esistono solo 5/6 miliardi di coperture per una possibile manovra da 30 miliardi: ciò significherebbe avviare una dura politica di tagli a partire dalla sanità, dal rinnovo dei contratti pubblici dalle ricadute sociali molto dure.
*Università di Pisa
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