Il Tirreno

Toscana

Il commento

Il petrolio? No, la speculazione

di Alessandro Volpi *

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I prezzi dei carburanti continuano a salire incidendo in maniera significativa sul potere di acquisto di famiglie e imprese. 

Per frenare il fenomeno sembra che servano davvero a poco le misure introdotte in materia di trasparenza alla pompa, l’azione molto episodica dei controlli di Mr Prezzi e i tentativi di concertazione tra governo e le categorie interessate alla filiera della produzione e distribuzione dei carburanti. Per giustificare simili aumenti spesso si chiama in causa l’incremento del prezzo del petrolio, determinato dalla scelta dei paesi appartenenti all’Opec di tagliare le esportazioni. È una motivazione in larga misura infondata per due ragioni essenziali. La prima è il fatto che questi tagli non sono ancora in gran parte entrati in vigore e comunque il prezzo del greggio al barile non ha subìto negli ultimi mesi grandi oscillazioni a differenza di quello dei carburanti: il prezzo al barile si è attestato a lungo attorno agli 80 dollari, quello della benzina è salito in Italia con rapidità da 1,7 a 2,5 euro al litro.

La seconda ragione, più strutturale, si lega alla sede di determinazione del prezzo dei carburanti che non è la stessa del prezzo del petrolio. I carburanti vedono il prezzo determinato giornalmente su un listino privato, Platts, con sede a Londra e di proprietà della società McGraw- Hill, a sua volta posseduta dai fondi finanziari americani, a partire da Vanguard e BlackRock. Dunque il prezzo della benzina, per quanto riguarda il costo della materia prima, viene negoziato in un listino di proprietà dei fondi finanziari, gli stessi impegnati quotidianamente negli scambi dei contratti sulla benzina.

La definizione del prezzo della benzina non dipende da quello del petrolio ma dalle scommesse speculative fatte dai soggetti che sono proprietari del listino dove prende corpo il prezzo della benzina. Nelle ultime settimane questi fondi attraverso gli strumenti della finanza derivata – quindi attraverso vere e proprie scommesse – hanno generato una tendenza rialzista nei prezzi dei carburanti, pur in assenza di scossoni sul mercato del petrolio. La spinta rialzista, in Italia, si è combinata con la forte incidenza del prelievo fiscale sui carburanti. È noto che in Italia il prezzo dei carburanti è costituito da una quota pari al 45% rappresentata dalla materia prima, e quindi in larga parte dalla speculazione, e da un’altra, vicina al 55%, legata al prelievo fiscale. Quando il costo della materia prima tende a salire, il peso del prelievo fiscale si aggrava perché tale peso è rappresentato dalla somma di accise e Iva al 22% calcolata appunto, e in maniera paradossale, sulle stesse accise e sul costo della materia prima. Nell’attuale fase, quindi, il combinato disposto di quotazioni Platts in crescita e incidenza fiscale sta scatenando una tempesta perfetta per i consumatori.

Le soluzioni possibili sarebbero di natura generale e di carattere più specifico. Quelle di natura generale dovrebbero prevedere, in sede internazionale, una normativa che limitasse l’uso degli strumenti speculativi nella determinazione dei prezzi e, al contempo, la sostituzione del listino privato Platts, soggetto a inevitabili conflitti d’interesse, con un’autorità regolatrice di carattere istituzionale. Le soluzioni di tipo più specifico hanno a che fare soprattutto con la disponibilità del governo a ridurre il carico fiscale: una condizione estremamente complessa date le difficoltà di reperire risorse per la prossima legge di bilancio. Le accise e l’Iva sui carburanti garantiscono alle casse dello Stato un’entrata stimabile, anche per effetto dell’inflazione, in oltre 30 miliardi di euro, una cifra a cui il governo non pare in alcun modo in grado di rinunciare. Servirebbero poi maggiori controlli per stanare le distorsioni di prezzo che avvengono all’interno della filiera produttiva e distributiva, quindi dalla raffinazione alla pompa; distorsioni che sono presenti per effetto della natura monopolista del settore ma che non bastano in alcun modo a spiegare l’esplosione dei prezzi.

* Università di Pisa

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