Ozmo: «La street art è sinonimo di illegalità ma almeno in Europa esiste un codice etico»
L’artista: «In molti preferiscono chiamarmi “graffitaro”, ma io collaboro anche coi musei»
«La street art dovrebbe essere sinonimo di illegalità, ma esiste un codice non scritto, almeno in Europa, che risparmia monumenti e chiese». Così Ozmo, al secolo Gionata Gesi, il primo “street artist” a entrare al Museo del Novecento di Milano.
Graffiti sul Corridoio Vasariano: opera di vandali o street artist? O sono la stessa cosa?
«Graffiti e street art sono etichette spesso usate a sproposito, anche dagli stessi artisti. In molti, nonostante la mia collaborazione con amministrazioni e musei, preferiscono chiamarmi “graffitaro”, ignorando il mio percorso di 25 anni. L’illegalità è un punto di partenza comune».
È una firma riconoscibile quella sul monumento di Firenze?
«Una firma è riconoscibile per definizione. Con il giusto “codice” è facile identificare l’autore. Il “throw up” (questo il termine tecnico) è la parte più dura, brutta e cattiva del fenomeno dei graffiti: alcuni lo fanno in modo elaborato, altri scelgono luoghi visibili e uno stile necessariamente abbozzato mettendo l’arte in secondo piano».
Come uno street artist sceglie la sua “tela? Qual è il confine tra lecito e non in questa scelta?
«La street art dovrebbe essere sinonimo di illegalità, ma esiste un codice non scritto, almeno in Europa, che risparmia monumenti e chiese. Molti confondono i festival finanziati da istituzioni con la vera street art, ma se non è illegale, non è street art».
Il ministro Sangiuliano parla di tolleranza zero contro gli eco-vandali: cosa pensa?
«Gli ecovandali mi sono più simpatici rispetto a Sangiuliano. La sua visione repressiva non è certo la soluzione».l
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