Italia
Addio Toto Cutugno, "italiano vero" da oltre cento milioni di dischi
Aveva 80 anni. Nato a Fosdinovo, in Lunigiana, era il simbolo della nostra melodia all’estero. Fu anche un grande autore, ha scritto hit per Celentano e Califano
Poche cose erano più italiane di Salvatore Cutugno, entrato nella grande storia della canzone italiana come Toto, che ha lasciato questa terra ieri all’ospedale San Raffaele di Milano. Aveva 80 anni appena compiuti e per lui le luci del palco si erano spente già da qualche anno, da quando un’implacabile malattia ne aveva catturato corpo e anima. L’Italiano vero non era soltanto una canzone: era proprio lui, Toto Cutugno. Quintessenza dei buoni sentimenti, dell’amore declinato in ogni modo sul pentagramma, della melodia orecchiabile ma allo stesso tempo sofisticata: le sue ballate avranno sempre diritto di cittadinanza, chissà per quanto, sotto la nostra doccia, quando le rare felicità ci fanno canticchiare. L’Italiano vero, dunque, era Toto, nato per caso non in via Gluck ma a Fosdinovo, Lunigiana, montagna che fa da cesura tra due mondi così diversi, Toscana ed Emilia. Figlio di un militare della Marina, considerava La Spezia dove visse da ragazzo come luogo del cuore, come ideale partenza verso una lunga circumnavigazione della musica, della canzone popolare nell’accezione migliore, ma anche della vita, dei sentimenti cui ha dato voce nell’arco di decenni.
Lui era l’Italiano: la voce profonda, un po’ roca, non perfetta ma col graffio che piaceva negli anni Settanta e Ottanta quando si impose.
Il cipiglio serioso, un po’ vero e un po’ artefatto, allo stesso tempo riflessivo e piacione, freccia acuminata scoccata nel cuore delle nonne (soprattutto) e delle mamme d’Italia.
“L’Italiano” non è stato il suo unico hit, ma riassumeva alla perfezione tutto quello che eravamo, e che in fondo siamo ancora: la chitarra in mano, gli spaghetti al dente, l’omaggio a Pertini, presidente più amato della storia repubblicana, l’autoradio che estraevamo tutti e portavamo in giro come un trofeo, il canarino che rallegra la finestra, Maria e gli occhi pieni di malinconia, il vestito gessato sul blu e la moviola la domenica in tv: poco da fare, Cutugno aveva fatto Bingo, ci aveva rappresentati con poche immagini e pochi azzeccati accordi.
Questo tipo di canzone, questo testo in fondo senza troppe pretese non potevano piacere a tutti, e chiaramente non furono pochi i puristi a storcere il naso, accusandolo di passatismo, di qualunquismo, di rappresentare l’italiano medio e tutti i suoi difetti, come Villaggio in altro modo fece con la saga geniale di Fantozzi. Lui, Toto l’Italiano, ovviamente non se ne faceva un cruccio, per lui l’autoradio nella mano destra e la moviola la domenica in tv erano la cifra del suo pubblico del quale aveva capito pregi e limiti.
Toto Cutugno era come il piatto di pasta, la coda sul raccordo anulare, i treni in ritardo, le discussioni da commissari tecnici con i colleghi, il mare con la sporta colma di cibo: l’Italia, insomma. Migliore o peggiore non era affar suo: lui la rappresentava così.
Ma non sarebbe giusto limitare l’artista a quel successo, a quella ballata che entrò nel costume popolare: Cutugno era anzitutto un autore, e che autore. Ha scritto testi e musiche per Johhny Halliday, il marito della soubrette Sylvie Vartan in Francia, per Miguel Bosè, figlio della leggendaria Lucia e belloccio degli anni Ottanta in Spagna. Magari erano successi strepitosi, ma lui restava nell’ombra. Intanto, però, l’Italia lo chiamava e lo pretendeva: il 1980 fu l’anno della sua consacrazione con la vittoria al Festival di Sanremo con “Solo noi”, lo chiamano al festival di Tokyo dove manda in visibilio anche i giapponesi.
Canta e scrive, Toto. Lo cerca Adriano Celentano, uno che si sente una spanna sopra il mondo e di certo non si fida di tutti: vuole lui per scrivere una delle sue hit (a proposito di canticchiare sotto la doccia), «Il tempo se ne va». Tre anni dopo, sempre tra i fiori del teatro Ariston, toglie il velo a “L’Italiano», che non vince il festival, arriva solo quinto ma è un boom clamoroso: era stata scritta proprio per Celentano che con discutibile scelta, col senno di poi, rifiutò. Per Bosè scrisse “Ragazzi di oggi”, brano che fece breccia in legioni di ragazzine, per Franco Califano compose “Le strade di Quartiere”. Il suo “Gli amori”, datato 1990, cantato in coppia con il mostro sacro Ray Charles a Sanremo, diventò colonna sonora del film “Non ti muovere” con Penelope Cruz. Presentò programmi Rai di prima serata con Frizzi e Raffaella Carrà. Nel 2007 scopre un tumore, ma non si ferma: Pippo Baudo, amico vero, lo rivuole per Sanremo, ancora una volta. Fa il pieno di applausi anche nei Paesi Baltici, dove è un idolo, Iggy Pop inserisce un suo brano nel disco. Gli ultimi sussulti artistici di Cutugno sono del 2018, con un tour europeo; ancora una volta tutti ai piedi dell’Italiano, che però deve sospendere il concerto per i guai di salute. Poi la malattia, i ricordi, la malinconia che dal pentagramma si trasferisce alla vita vera. Il vestito gessato sul blu è irrimediabilmente fuori moda, la moviola alla domenica in tv non c’è più. Maria è un nome ormai quasi estinto. Eppure quella canzone resta una sorta di inno, il manifesto del Paese che siamo. Di questo, e della musica che ha regalato, la sua Italia gliene sarà sempre grata.
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