Il Tirreno

Toscana

Il ritratto

Roberto Colaninno, il capitano coraggioso che salvò la Piaggio e rilanciò la Vespa

di Luca Daddi

	Roberto Colaninno
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Roberto Colaninno

Dai vertici dell’Olivetti alla discussa Opa su Telecom fino al timone del Gruppo delle due ruote, il Ragioniere di Mantova morto a 80 anni è stato un protagonista del capitalismo italiano

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Prima dell’imprenditore, l’uomo. Tanto riservato quanto ambizioso, capace di sprigionare un’energia non comune, Roberto Colaninno – scomparso a 80 anni – ha usato queste doti per diventare un protagonista del capitalismo italiano.

ll suo è stato un percorso segnato da tante luci e inevitabili battaglie. E se negli ultimi vent’anni il suo nome è stato legato alla Piaggio, l’avventura del Ragioniere di Mantova, nominato nel 2000 Cavaliere del Lavoro, era cominciata molto prima. Lui l’aveva raccontata in un libro nel 2006 scritto con il giornalista Rinaldo Gianola per Rizzoli. Il titolo – “Primo Tempo” – indicava che dopo ce ne sarebbe stato un secondo. E così è stato.

La seconda fase ha coinciso con il rilancio della Piaggio: l’acquisizione (nel 2003) di un’azienda all’epoca schiacciata dai debiti e a rischio default, la produzione di nuovi veicoli (a partire dal rivoluzionario Mp3, lo scooter con tre ruote, per arrivare in anni recenti alla Vespa elettrica), la conquista dei mercati internazionali e la quotazione in Borsa.

«Vogliamo essere la Honda toscana», disse in un’intervista al Tirreno nel 2006, annunciando il progetto che avrebbe segnato gli anni successivi con la trasformazione dell’azienda di Pontedera (Pisa) in una multinazionale che oggi macina utili ed è uno dei principali player mondiali nel settore scooter e moto. Non potremo mai averne la certezza, ma forse il rilancio della Piaggio è il risultato a cui Colaninno teneva intimamente di più perché eliminava l’immagine (consolidata più sui media che nella realtà) di un finanziere travestito da imprenditore, restituendo l’essenza di ciò che lui diceva di essere: uomo d’impresa a tutto tondo, al quale piace produrre beni reali, pur consapevole che nel capitalismo la finanza ha un ruolo fondamentale.

Ma prima della Piaggio c’era stato tanto altro. La Fiaam, azienda di componentistica auto di cui Colaninno fu amministratore delegato, e la Sogefi (stesso settore) che venne assorbita dalla Cir, la holding della famiglia De Benedetti. Poi la svolta del 1996 quando Colaninno diventa amministratore delegato di Olivetti. L’azienda di Ivrea, famosa nel mondo per macchine da scrivere e computer, ha dato vita a Omnitel, prima compagnia di telefonia mobile privata, e a Infostrada, che gestisce la rete fissa in alternativa a Telecom.

Proprio partendo da questo “tesoretto” tecnologico, venduto ai tedeschi di Mannesmann che a loro volta lo cederanno a Vodafone, nasce l’Opa (offerta pubblica di acquisto) su Telecom Italia. È il 1999. Due anni prima Romano Prodi aveva deciso di privatizzarla per mettere a posto i conti pubblici in vista dell’ingresso nell’euro.

Successivamente alla nomina in Olivetti, Colaninno partecipa al capitale della società attraverso Fingruppo S.p.A., società per azioni di Brescia. Accanto a Fingruppo, tra gli altri azionisti di riferimento di Olivetti ci sono Hopa e la scatola lussemburghese Bell, finanziarie legate ad Emilio Gnutti. La banca americana Chase Manhattan fa da garante. L’acquisizione dell’ex monopolista dei telefoni avviene attraverso il leveraged buyout che apre la strada a molte polemiche. Risale a quei tempi la celebre definizione di «capitani coraggiosi» data dall’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema.

A Opa andata a buon fine, con la vittoria della cosiddetta “cordata padana”, «presi la bottiglia di champagne, la stappai e brindammo», raccontò Colaninno ricordando quel pomeriggio del 21 maggio 1999 al primo piano della sede di Mediobanca.

Sotto la sua guida, nei successivi due anni, Telecom si rafforza notevolmente a livello internazionale ed estende i settori d’attività, dalla telefonia fissa alla mobile, da Internet alla televisione, fondando La7, dalle comunicazioni satellitari ai sistemi informatici. Ma presto la situazione si fa assai più complicata del previsto. A differenza di Colaninno gli azionisti di Bell hanno una visione puramente finanziaria dell’operazione, e appena due anni dopo vendono all’Olimpia di Marco Tronchetti Provera. Colaninno, in disaccordo, si dimette. Il 3 agosto del 2001 è fuori da tutto: da Olivetti, da Telecom e anche dalla Hopa di Gnutti.

Al momento delle sue dimission i, il debito di Olivetti non era stato ribaltato in Telecom per una precisa strategia finanziaria dello stesso Colaninno. Nel 2002, grazie anche alla buonuscita, alle stock options ottenute da Olivetti e alla vendita di partecipazioni di minoranza, il manager mantovano riparte acquisendo Immsi, società del settore immobiliare, che trasforma in una holding industriale tramite cui nel 2003 acquisisce Piaggio di cui amplia il perimetro industriale nel 2004 comprando Aprilia e Moto Guzzi.

Nel 2008 arriva l’impegno in Cai, la Compagnia Aerea Italiana chiamata a salvare Alitalia: con Immsi, Colaninno è tra i fondatori della società che acquisisce le compagnie aeree Alitalia e Airone. Ma il piano di rilancio non viene portato a termine e va così in archivio un altro capitolo della travagliata storia della compagnia di bandiera. 

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