Il Tirreno

Toscana

L'analisi

Il paradosso dell’imposta sugli extraprofitti

di Alessandro Volpi*
Il paradosso dell’imposta sugli extraprofitti

Tre correzioni in pochi giorni alla norma sulle banche: e il provvedimento si svuota

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La vicenda dell’imposta sugli extraprofitti bancari ha assunto toni paradossali. Inserita con grande enfasi nel decretone Omnibus, aveva i caratteri dell’attacco duro agli istituti di credito.

La vicenda dell’imposta sugli extraprofitti bancari ha assunto rapidamente toni paradossali. Inserita con grande enfasi nel decretone omnibus, aveva i caratteri dell’attacco duro agli istituti di credito. Prevedeva infatti che il tetto massimo fosse il 25 per cento del patrimonio netto degli istituti colpiti; un’enormità che avrebbe partorito secondo le stime dei tecnici quasi dieci miliardi di euro di gettito.

Tuttavia, da subito, era evidente la natura molto generica della norma che la rendeva difficilmente applicabile e soggetta a ricorsi, come del resto avvenuto per tutte le imposte straordinarie di quel tipo. Nonostante ciò, per effetto di una vera ondata speculativa, le banche italiane hanno subito un duro attacco che ha provocato una perdita di capitalizzazione per oltre 9 miliardi di euro.

A questo punto il governo è intervenuto con due successive correzioni. La prima è relativa alla differenza fra interessi riscossi e interessi pagati dalle banche che passava dal 6 al 10 per cento per il periodo 2021-2023 come limite oltre il quale applicare l’aliquota del quaranta per cento, mentre la seconda, decisiva, ha ridotto il tetto dal venticinque per cento del patrimonio netto inizialmente previsto allo 0,1 per cento degli attivi. Si tratta di una modifica radicale che abbatte il presunto gettito dai precedenti nove a meno di due miliardi.

Ma la vicenda non è ancora chiusa perché il provvedimento, pubblicato in gazzetta lo scorso 10 agosto, non dispone di una reale stima fornita dalla Ragioneria generale dello Stato e sarà sicuramente soggetto ad ulteriori modifiche durante il passaggio parlamentare per l’ancora eccessiva indeterminatezza in materia di tassi di riferimento.

La domanda che nasce spontanea, allora, alla luce di tutto ciò, riguarda le ragioni di un pasticcio simile, con il varo di una misura di cui già si conoscevano i limiti date le esperienze precedenti in materia di extraprofitti e che ha dovuto subire ben tre correzioni in pochissime ore.

Certo hanno pesato la ricerca di un consenso ‘popolare’, solleticato nella sua avversione verso la “bancocrazia” , e la volontà di reperire risorse per coprire le future manovre di bilancio. La traduzione concreta di simili propositi è stata però decisamente maldestra e ha finito per generare tensioni nel mercato del credito e nella già difficile collocazione dei titoli del debito pubblico italiano, senza garantire in alcun modo un esito di un qualche rilievo dell’imposta straordinaria che, peraltro, dovrebbe essere riscossa alla fine del 2024. In questo senso non è facile capire neppure perché lo strumento utilizzato dal governo sia stato quello del decreto legge che richiede come ben noto esigenze di urgenza.

* Università di Pisa
 

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