Sicurezza
Arrivata puntuale l’Accabadora, Michela Murgia se n’è andata con lei
La figura mitologica che pratica l’eutanasia fu sdoganata dalla scrittrice nel libro con cui vinse il Campiello ed emerse nel panorama culturale
Chissà se Michela ha chiamato l’Accabadora. Chissà se si è fatta accompagnare nella sua nuova vita dalla donna che, nella mitologia più ancestrale della Sardegna, pratica l’eutanasia. Nell’isola più autentica è una figura mitologica.
O meglio è una realtà da tenere nascosta, più per pudore che per vergogna, ammantandola di leggenda. A sdoganare la compassionevole portatrice di morte è stata proprio Michela Murgia. Lei, cattolica ed ex insegnante di religione, su questo personaggio oscuro ha posto le basi per il libro che l’ha fatta emergere nel panorama culturale italiano. Il suo talento di scrittrice era emerso già prima del Campiello vinto nel 2010 proprio con "Accabadora".
In "Il mondo deve sapere" - prima un blog, poi nel 2006 un libro - ha raccontato le storture del settore delle vendite telefoniche. Nelle sue sette vite lavorative è stata anche operatrice di telemarketing. E ha messo nero su bianco quell’esperienza con uno stile di scrittura chiaro, netto e inconfondibile che si ritrova in tutte le sue opere. Qualità non riconosciute da subito. Il suo best seller ha colpito critici ed estimatori più per le tematiche sociali affrontate, che per la sua caratura letteraria. Una deriva amplificata dalla scelta del livornese Paolo Virzì di ispirare a quell’esordio letterario un film: "Tutta la vita davanti".
La dicotomia tra Murgia personaggio pubblico e saggista, con le sue opinioni senza se e senza ma, e Michela scrittrice di romanzi, ha caratterizzato la sua vita. Questo perché non ha mai rinunciato al suo ruolo sociale di intellettuale. Ha sempre portato avanti il suo pensiero politico e le battaglie sui diritti civili e l’inclusività. Anche mettendosi in gioco in prima persona. Si candidò con la lista indipendentista di sinistra "Sardegna possibile" alla presidenza della Regione nel 2014. Ottenne poco più del 10 percento di consensi. Una scelta che le valse l’antipatia di gran parte della sinistra, non solo sarda. E che non la fece diventare più popolare a destra. Anzi. Il pervicace e orgoglioso modo di manifestare le sue idee le è valso gli attacchi, più o meno velati, di Silvio Berlusconi prima, Matteo Salvini poi e Giorgia Meloni ora. E ha scatenato contro di lei campagne di odio online. Polemiche che hanno creato pregiudizi e hanno negato a una parte del pubblico italiano il piacere di leggere Michela Murgia.
E proprio nella lettura dei suoi lavori si può capire la sua vera essenza. Tanto in quelli più politici e filosofici come gli ultimi: il saggio "God save the queer. Catechismo femminista" e il romanzo "Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi". Quanto in quelli più intimi e riflessivi, vale a dire quelli in cui attinge a piene mani alla sua Sardegna e alle sue storie magiche e millenarie. Scritti che, di fatto, fanno diventare Michela Murgia un libro aperto. In particolare il già citato "Accabadora". Nel romanzo chiave della sua produzione letteraria c’è la narrazione della società matriarcale sarda da cui nasce il suo femminismo. Ancor più radicato in una donna nata a Cabras. Paese a pochi chilometri da Oristano, capoluogo di quello che fu il Giudicato di Arborea. Vale a dire il primo regno del Mediterraneo guidato da una donna: Eleonora d’Arborea nel 1300.
In "Accabadora" c’è la spiegazione della sua famiglia allargata e del suo essere queer. Termine inglese che, non tanto nell’accezione sessuale ma in quella sentimentale, riprende un tratto caratteristico tipico della società sarda. Quello dei nuclei famigliari in cui i legami d’amore contano più di quelli di sangue e che trova la sua esplicitazione nei "fillus de anima". Una tradizionale forma di solidarietà familiare che prevede l’affidamento volontario di uno o più bambini da parte dei genitori biologici ad altri adulti che non avevano prole. Una consuetudine ben radicata nell’isola e ancora viva nel 1975 all’introduzione del nuovo diritto di famiglia.Oggi, poi, resta il dubbio che si sia rivolta all’Accabadora. Ossia che abbia chiamato al suo capezzale la donna che, con un colpo secco di uno speciale bastone d’olivo, portava la morte ai malati terminali, ma solo su esplicita richiesta del malato o della sua famiglia. Una pratica avvolta nel mistero, ma di cui si hanno testimonianze in tutta la Sardegna, che rappresenta una forma di pietas estrema nei confronti di chi è sofferente e senza speranza. Un’eutanasia ante litteram tipica della cultura sarda, raccontata dalla scrittrice Murgia nel suo libro simbolo e accettata dalla Michela donna, sebbene fervente cattolica. Chissà...
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