Fred, il pilota della Versilia che sganciò l’atomica su Nagasaki
Veniva da Corsanico: «Per Hiroshima fui scartato, che frustrazione. Poi arrivò la grande notizia»
Fred si affaccia all'inizio del paese nel suo costume da cow boy. Gambe appena divaricate, le mani sulle due pistole. Si ferma, un attimo. Muove gli occhi rapido, per vedere le reazioni che suscita negli altri bambini, cugini compresi. Ne avverte i respiri di sorpresa. Sa di essere in vantaggio. Nel 1928 Corsanico è un paese piccolo, sulle colline alle spalle di Viareggio. Lui viene da Chicago, Illinois. E ha già visto di tutto. Perfino la ferrovia. E l'oceano. A sei anni conosce un sacco di cose. Che è un emigrante, per esempio. Che la Merica è un paese grande. Dove la gente parla una lingua diversa. Assai diversa da quella dei suoi nonni, che non ha ancora incontrato. Ma lui li fregherà tutti: perché l'italiano lo sa. Glielo parla la sua mamma, in casa. E anche il suo papà. In America, l'italiano è una specie di segreto fra di loro. È bello a sei anni avere un codice segreto. A 23 anni ne avrà un altro. Gli servirà per «sconfiggere i nemici». Senza un attimo di ripensamento. È il co-pilota dell'aereo che sgancia la bomba su Nagasaki. A Corsanico Fred resterà sei mesi. Poi tornerà in America: deve volare come co-pilota del B-29 Bockstar, il gemello dell'Enola gay che sperimenta la bomba atomica su Hiroshima. Mica se lo possono immaginare quel destino le famiglie Simonini e Olivi quando iniziano a emigrare in America, in cerca del pane. Il primo ad andarsene è lo zio Fausto: lascia la Versilia nel 1898 e si piazza in Illinois. Al 111 sixteen di Langley avenue, Beverly.
Nel sottosuolo apre un ristorante senza insegna, per operai. Il successo arriva grazie alla cucina toscana e al passaparola. Così "manda a chiamare" il fratello Adorno (Olivi) - il babbo di Fred - che dopo tre anni si fa raggiungere dalla fidanzata, Primitiva Simonini. Primitiva e Adorno mettono su famiglia a Chicago. Lì nasce Fred il 16 gennaio del 1922. Già da bambino è affascinato dagli eroi di guerra ci cui legge le imprese sulle riviste illustrate. «Il mio magazine preferito - conferma Olivi - era War world I (Prima Guerra Mondiale) perché riportava le storie di tutti gli eroi. Ce n'era uno - Manfred Von Richtofen, il miglior pilota tedesco (il Barone rosso) - che diventò il mio idolo dopo che lessi di quella volta in cui abbatté con il suo aereo 5 nemici». È così che Fred decide di diventare pilota dell'aviazione americana. «Subito dopo il diploma - riprende il racconto - nel 1942 mi arruolai nell'esercito per diventare pilota. L'addestramento fu durissimo. Ma il 4 agosto 1944 "I got my wings", ottenni le ali da pilota». Non solo.Olivi viene inserito nell'Atomic group, nel gruppo addestrato per le missioni top-secret: finisce nello Utah a Wendover dove impara a pilotare i B-29. Nel giugno 1945 arriva la destinazione finale: Tinian Island, isola dell'arcipelago delle Marianne. Nella base di North Field il 4 agosto 1945 viene scelto il primo equipaggio per sganciare la bomba su Hiroshima: Fred Olivi viene scartato.
«Avvertii - ammette Olivi nell'intervista rilasciata al Tirreno nel 1999 - un grande senso di frustrazione. Non ero stato scelto per la missione più importante per la quale ero stato addestrato: sganciare The fat man (l'uomo grasso, il nome in codice della bomba atomica) sul Giappone. Mente chi dice che gli uomini degli equipaggi che sganciarono la bomba atomica non erano coscienti di quello che facevano. Noi eravamo stati avvertiti anche di tutte le possibili conseguenze: ma questo era l'unico modo per far finire la guerra». Il 4 agosto del 1945, dunque, il «sogno» (parole sue) di Olivi sembra infrangersi. Ma il 7 agosto, durante i festeggiamenti fra grida e birra con i commilitoni, per il successo del bombardamento di Hiroshima, arriva la «grande notizia»: Olivi sarà il co-pilota della seconda missione sul Giappone. «Tutto era pronto: dovevamo bombardare Kokura l'11 agosto. Invece all'ultimo momento dovemmo cambiare programmi: il primo aereo preparato per la missione, The Great Artist, per problemi tecnici viene sostituito con The Bockstar. E la spedizione viene anticipata al 9 agosto perché per l'11 erano annunciate condizioni climatiche pessime».
Così alle 3,48 (ora locale) del 9 agosto 1945 Fred Olivi decolla dalla base di North field con il suo B-29 per andare a bombardare Kokura. «Dovevamo farlo senza usare radar - ricorda il tenente - ma sopra Kokura c'era un cielo nuvoloso (e il fumo di un'altra città in fiamme) che ci impediva la visibilità. Dopo il terzo giro a vuoto ci spostammo su Nakasaki, l'obiettivo di ripiego. Anche lì, però, c'erano problemi di visibilità. Non sapevamo più cosa fare perché cominciavamo anche a essere a corto di carburante. Alle 11,58 il cielo si squarcia e in meno di 45 secondi sganciamo la bomba. Un tempo record, visto che generalmente i bombardamenti duravano 4-5 minuti». Alle 12,01 la città è rasa al suolo. «Mille soli su Nagasaki» si appunta sul diario il bombardiere Kermit Behan, sapendo che non potrà rivelare a nessuno questa sua impressione. «Tanto meno - riprende Olivi - potemmo fare parola della missione con i compagni della base di Okinawa dove atterrammo, con una manovra di fortuna, circa un'ora e mezzo dopo il lancio della bomba, rischiando di andarci a schiantare contro uno degli hangar perché a corto di carburante. Appena scesi dall'aereo andammo a fare la fila al self-service della mensa e gli altri soldati ci chiesero se sapevamo nulla di una bomba sganciata su una città del Giappone. Noi ci guardammo, con complicità, e rispondemmo di no». Prima di ripartire alla volta di North field dove Olivi e compagni passano i dieci giorni successivi a «rilassarci. La missione era stata impegnativa». E scomoda, per il governo degli Stati Uniti.
I piloti di Nagasaki, infatti, da ritorno dal Giappone non vengono ricevuti come eroi di guerra alla Casa Bianca: l'opinione pubblica è divisa sull'impiego della bomba atomica. Comunque, i soldati vengono insigniti con la croce di guerra. E a Fred Olivi (scomparso nel 2004) viene anche avanzata una proposta: diventare una spia. La guerra fredda è appena iniziata e il Paese ha bisogno di «persone fidate e addestrate. La proposta mi alletta e in un primo momento accetto. Mi sottopongo anche all'addestramento: ma poi scopro che per diventare una spia devo smettere di volare. E per me questo non è accettabile. Per tutta la vita il mio sogno era quello di essere un pilota e non ho voluto rinunciarci».
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