Sicurezza
Quelle narrazioni “tossiche” su benzina e grano ucraino
I prezzi della benzina alla pompa sono tornati sopra i 2 euro, costringendo il governo a dichiarare che si tratta di casi isolati. Una parte dell’informazione scrive che ciò dipende dall’aumento della domanda estiva determinata dagli italiani in vacanza e dal taglio della produzione del petrolio da parte di Opec+. Direi che entrambe le motivazioni indicate contribuiscono solo in parte assai limitata a spiegare il fenomeno. In particolare, il taglio della produzione del petrolio incide, per ora, davvero poco. I tagli deliberati da Opec+, infatti, non sono ancora in vigore, se non in minima parte, ma, soprattutto, il prezzo dei carburanti non è definito attraverso le borse petrolifere ma nel listino londinese Platts, dove vengono giornalmente prezzati i carburanti. Il listino è privato ed è di proprietà di MacGraw-Hill, che, a sua volta. , è posseduta dai grandi fondi Capital World Investiitors, Vanguard, BlackRoc e, State Street Global advisors. Dunque il prezzo del petrolio pesa solo in parte mentre incidono moltissimo le scommesse speculative fatte in quel listino londinese dove i soggetti che operano, che “arbitrano” i prezzi, sono anche i proprietari del listino stesso. In questo momento, dopo mesi di congelamento dei prezzi, le aspettative sono, almeno in parte, ripartite al rialzo. Sulle benzine italiane influiscono poi in maniera decisiva, per ben oltre la metà del prezzo, le accise e il carico fiscale che il governo Meloni, al di là delle dichiarazioni in campagna elettorale, non ha tagliato.
In sintesi, ancora una volta, la narrazione per cui i prezzi salgono per la maggiore domanda e per il prezzo del petrolio, peraltro fermo intorno agli 80 dollari il barile, nasconde la verità dei fatti. In tema di prezzi è ripartita un’altra narrazione tossica secondo cui il blocco del grano ucraino da parte russa produrrà centinaia di migliaia di morti di fame. Si tratta, davvero, di una colossale balla. La produzione mondiale di cereali, infatti, è pari a poco meno di 2.800 milioni di tonnellate, di cui quasi mille prodotte da Cina e Usa, mentre le tonnellate a lungo bloccate nei porti ucraini non arrivavano a 25 milioni. Dunque è evidente che si tratta di una quantità che sarebbe stata e sarebbe facilmente sostituibile con altre produzioni provenienti dai principali esportatori mondiali.
Gridare al disastro serve però ad altro: i prezzi, di fronte alla narrazione della penuria sono schizzati in alto per effetto delle gigantesche scommesse speculative sugli stessi prezzi del grano ad opera dei fondi finanziari. I prezzi sono saliti per la speculazione e non certo per i 25 milioni di tonnellate bloccate.
Ma c’è di più. Durante l’ultimo anno, dopo la firma dell’accordo che ha sbloccato i porti del Mar Nero, sono uscite da quell’area 32 milioni di tonnellate fra grano, mais, olio di semi e orzo che si sono indirizzate a saturare i già forniti mercati dei paesi più sviluppati per oltre il 75%, mentre solo per il 25% sono arrivate nei paesi poveri, per una quantità decisamente irrisoria. In estrema sintesi, la fame del mondo dipende dall’alto prezzo dei beni agricoli, dettato dalla speculazione che trova solo una delle tante occasioni nella narrazione tossica del blocco navale, e dalla destinazione dei beni agricoli verso le aree ricche del pianeta. Se serve, è possibile un’altra dimostrazione di queste dinamiche.
Il prezzo dello zucchero è impazzito e ha raggiunto i mille euro a tonnellata, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. Cosa sta succedendo? È crollata la produzione? Certamente no, le stime dicono che si tratta di una riduzione complessiva inferiore al 10 per cento, a fronte di una domanda ferma. Ma si stanno “negoziando” i contratti 2023-2024 e sono partite in maniera massiccia le speculazioni finanziarie al rialzo.
*Università di Pisa
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