Il Tirreno

Toscana

L’intervista

In Toscana un patrimonio che “dorme”: «Così ci siamo dimenticati dei nostri giacimenti minerari»

di Tommaso Silvi

	La miniera divenuta museo ad Abbadia San Salvatore e, nel riquadro, Pilario Costagliola
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La miniera divenuta museo ad Abbadia San Salvatore e, nel riquadro, Pilario Costagliola

Pilario Costagliola, docente di georisorse all’università di Firenze: «Mancano i professionisti del settore, e anche le carte aggiornate. Dagli anni Ottanta il tema delle miniere è stato completamente abbandonato. Dobbiamo ripartire da zero e abbiamo poco tempo. La “materia” è tornata attuale e noi siamo sguarniti»

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«L’ultima carta sui giacimenti minerari a livello nazionale ti minerari a livello nazionale è di circa cinquant’anni fa». Pilario Costagliola è docente di georisorse all’università di Firenze.

Questo significa che il tema delle risorse minerarie, in Italia, è stato messo da parte?

«Direi proprio di sì. Sotto tutti i punti di vista. Da quando sono state dismesse le ultime miniere, tra gli anni Settanta e Ottanta, abbiamo completamente accantonato la materia».

Quindi non saremmo pronti a una ripartenza dell’attività di estrazione. Giusto?

«Il tema è un altro. Per poter pensare a una ripresa dell’attività di estrazione bisognerebbe concentrarsi prima di ogni altra cosa sulle università. Quarant’anni fa abbiamo immaginato un futuro di pace, nel contesto di un mondo globalizzato in cui avremmo potuto scambiarci le materie con gli altri Paesi. E quindi, per ciò che riguarda i giacimenti minerari, ci siamo dimenticati di ogni aspetto. Non esistono più persone formate sull’argomento, ci sono pochissimi studenti interessati, per non parlare degli ingegneri minerari, figure ormai praticamente introvabili».

Una vera e propria crisi di vocazione.

«Esattamente. Il settore minerario in Italia deve essere ricostruito da zero, completamente. E se vogliamo riscoprire le nostre materie dobbiamo accelerare questo percorso di ricostruzione. Partendo dalla selezione dei docenti nelle università. Abbiamo completamente perduto una tradizione che faceva parte del nostro Paese. Alla mia stessa area disciplinare, per esempio, appartiene il segmento dei beni culturali. Lì c’è stata una crescita esponenziale, di interesse, di studenti, di figure formate. Ma di persone interessate al mondo dei minerali ormai ce ne sono poche. Di professionisti del settore ancora meno. A livello regionale si contano sulle dita di una mano. Forse».

Stando a quello che dice appare praticamente impossibile, almeno in Toscana, realizzare la volontà del governo.

«Direi che non abbiamo neppure uno strumento per far ripartire l’estrazione mineraria. Ma possiamo lavorare su un altro fronte, quello della raffinazione».

Ovvero la lavorazione della materia grezza per l’estrazione degli elementi “preziosi” sul mercato?

«Proprio così. Da questo punto di vista in Toscana abbiamo ottime competenze. In molti non sanno che ad Arezzo c’è una sorta di valle dell’oro, dove si estraggono gli elementi del gruppo del platino. Un indotto che fattura oltre 10 miliardi all’anno».

Il futuro, dunque, secondo lei, non va nella direzione della riapertura delle miniere?

«Dentro ogni marmitta delle nostre auto ci sono 3-4 grammi di elementi del gruppo del platino, che sono tra i più ricercati. Mettiamo che nel 2035 realmente venga stoppata la circolazione alle auto con motori termici alimentati a benzina o diesel. O comunque che venga confermata la stretta sulle auto con queste componenti. Pensiamo a quanta materia ci ritroveremmo a disposizione. E tutti possiamo capire quanto sia molto più utile concentrarsi sulla raffinazione. Altro che riapertura delle miniere».

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