Toscana
Stipendi da fame e salario minimo. L'esperta: «Bloccare subito contratti pirata». Ecco cosa sono
La professoressa Maria Paola Monaco, docente di diritto del lavoro: «Ci sono sigle sindacali che favoriscono i datori, ma la soglia salariale fissata dalla legge potrebbe rivelarsi una scelta sbagliata. Vi spiego perché»
Il rischio è quello di una «deriva» che «attualmente non si vede all’orizzonte», ma che «potrebbe materializzarsi a discapito di milioni di lavoratori». L’introduzione del salario minimo, quindi «non è lo strumento adeguato per risolvere il problema dei lavoratori sottopagati. In primis perché toglierebbe potenza ai sindacati, che nascono proprio per rappresentare i lavoratori in sede di contrattazione dei contratti collettivi». A parlare è Maria Paola Monaco, docente di diritto del lavoro all’università di Firenze.
In questi giorni è riemerso il dibattito sull’introduzione del salario minimo. Un tema di cui discute da parecchi anni.
«La prima cosa da dire è che le connotazioni politiche troppo spesso inquinano e hanno inquinato in passato l’aspetto giuridico della questione. L’attenzione sul salario minimo si è riaccesa in seguito a una proposta unitaria dell’opposizione di Governo, che chiede l’introduzione di un salario minimo per legge. Proposta che nasce anche dalla direttiva pubblicata nei mesi scorsi sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea».
Cosa dice la direttiva?
«Dispone che gli Stati membri predispongano un quadro di condizioni favorevoli alla contrattazione collettiva qualora la copertura degli accordi di lavoro nazionali sia inferiore all’80%. Il provvedimento non interviene direttamente sulla soglia da applicare agli stipendi né impone un modello da adottare sul salario minimo, anche perché si tratta di una materia che non rientra nei trattati comunitari, ma definisce un perimetro all’interno del quale adeguare gli standard retributivi a tutta l’Ue. In Italia la soglia non c’è per legge, ma esiste in seguito alla contrattazione collettiva. Che a mio avviso rappresenta uno strumento di garanzia per i lavoratori».
Può spiegarsi meglio?
«In Italia il salario minimo è fissato per la cosiddetta contrattazione collettiva. Un’associazione datoriale può sedersi al tavolo con qualsiasi associazione e accordarsi. Quell’accordo varrà per tutte le persone che lavorano nel settore di riferimento, da Milano a Palermo. Chiaramente, se l’accordo sul contratto nazionale per i lavoratori di un settore viene raggiunto con un soggetto non rappresentativo dei lavoratori, molto probabilmente ci saranno scioperi e proteste, ma la legge dice che il datore di lavoro può trattare con chi vuole. Con l’introduzione della norma sul salario minimo verrebbe stabilito un minimo salariale dalla legge. Senza contrattazioni specifiche. Non credo che sarebbe la soluzione per risolvere il problema del lavoro sottopagato».
Quindi dove sta secondo lei il problema?
«Quando la rappresentanza dei datori di lavoro procede con la contrattazione collettiva, può farlo con sigle sindacali che effettivamente tutelano i diritti dei lavoratori, ma anche con alcune più “morbide” che permettono loro di fissare un contratto nazionale che penalizza i lavoratori, magari stabilendo una paga oraria molto bassa. Questi contratti collettivi sono chiamati “contratti pirata” e fino qualche anno fa erano sporadici, ma negli ultimi tempi sono aumentati sensibilmente».
Il salario minimo, però, eliminerebbe anche i contratti pirata. Non è così?
«Si, ma attenzione. Se passa il messaggio che spetta alla legge determinare il minimo salariale, non è da escludere che quella legge venga cambiata negli anni, a seconda del Governo in carica. Il salario minimo potrebbe essere quindi “ritoccato”, per esempio, in base al costo della vita nelle varie regioni».
Secondo lei, dunque, più che di introduzione di salario minimo bisognerebbe ragionare di lotta ai “contratti pirata”. Giusto?
«Esattamente. Bisogna intervenire sulla soglia di rappresentatività nell’ambito dei contratti nazionali. Fissare dei limiti entro i quali la contrattazione collettiva può muoversi, assicurando la tutela dei lavoratori. Serve un intervento mirato, la soluzione non è smontare tutto l’impianto attuale».
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