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Katia, sottopagata a 50 anni: «Mi sono rassegnata, questo lavoro mi serve. Salario minimo? Magari»
Il contratto multiservizi e una vita di sacrifici: «Io e mio marito non possiamo permetterci di andare a mangiare una pizza. Lavoro due volte, perché quando non sono in albergo mi scervello per far quadrare i conti di casa»
«Noi non siamo lavoratori, siamo schiavi». Katia ha poco più di 50 anni e lavora come cameriera in una struttura ricettiva non lontana dalla costa toscana.
«Preferisco restare anonima – dice – . Anche se la paga è vergognosa, a me questo lavoro serve. A volte vorrei mollare tutto perché sento che la mia dignità è completamente calpestata, ma poi faccio due conti, un lungo respiro e mi rassegno. Alla mia età l’unica cosa da fare è rassegnarsi».
Il suo è un contratto multiservizi stipulato con un’azienda alla quale l’albergo ha appaltato la gestione di una parte del personale.
«Lavoro 25 ore a settimana, in inverno 20. Cinque giorni su sette. Ma quasi sempre – racconta – mi trattengo almeno un’ora in più rispetto a quelle che mi vengono pagate, perché devo finire i miei compiti». E quando le viene chiesto a quanto ammonta la retribuzione oraria, Katia resta qualche secondo in silenzio. Poi risponde tutto d’un fiato. «Sono 7 euro lordi, praticamente mi metto in tasca 5 euro per ogni ora lavorata. Con 110 ore al mese, quelle previste dal contratto – spiega – non arrivo neppure vicino a mille euro al mese».
L’introduzione del salario minimo per Katia rappresenterebbe una bella boccata d’ossigeno.
«Se guadagnassi 9 euro lordi all’ora – continua – mi ritroverei qualcosa di più in fondo al mese. Non sarei ricca, ma almeno vedrei riconosciuta, almeno in parte, la mia dignità di lavoratrice». La storia di Katia è quella di milioni di lavoratori italiani. «Mio marito è un dipendente, in casa nostra entrano circa 2.300 euro al mese. Abbiamo un muto a tasso variabile sulle spalle, che negli ultimi mesi è salito di 350 euro».
Ora Katia è un fiume in piena. «Non possiamo permetterci di andare a mangiare una pizza. Se andiamo, dobbiamo controllare se possiamo permettercelo. Io lavoro due volte – va avanti – perché quando non sono in albergo mi scervello per far quadrare i conti di casa».
Ci sono stati tempi migliori, che oggi suonano come un paradosso. «Faccio questo lavoro da 20 anni – racconta – e inizialmente ero dipendente diretta dell’albergo. Avevo un contratto a chiamata, ero pagata più di adesso e facevo 8 ore al giorno anziché 5 come oggi. Se lavoravo 15-20 giorni riuscivo a guadagnare anche 800 euro. Ero precaria e guadagnavo più di ora che sono a tempo indeterminato. Assurdo».
Poi l’appello alla politica, che Katia non ha mai sentito così lontana dalla realtà. «I nostri rappresentanti dovrebbero calarsi nella nostra quotidianità. Non è una frase fatta. Quando i lavoratori sottopagati sfilano nelle strade per protestare non lo fanno perché hanno voglia di fare casino, ma perché non vogliono più sentirsi degli schiavi».
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