Il Tirreno

Toscana

Il commento

Soumahoro va difeso ma dovrebbe dimettersi

di Andrea Di Consoli

L’unica cosa certa è che fare finta di niente non fa bene a nessuno: né a lui, né al Parlamento

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Qualunque sia la legge elettorale che li ha eletti, è bene ribadire che quando una senatrice o un senatore, una deputata o un deputato prendono la parola in aula, in quel momento stanno parlando in nome del popolo italiano.

 Qualunque cosa dicano – e sarebbe auspicabile che le loro parole fossero sempre orientate da rigore e rispetto, serietà e ponderazione – essi non parlano a titolo personale, ma in nome degli elettori. Bene dunque ha fatto Davide Faraone di Italia Viva a stigmatizzare il coro sguaiato che si leva alla Camera ogniqualvolta prende la parola il deputato Aboubakar Soumahoro, eletto nelle liste della Sinistra e dei Verdi e da qualche mese transitato, dopo le note vicende di cronaca, al Gruppo Misto.

Qualcuno potrebbe obiettare che se si viene eletti con un partito e poi si passa al Gruppo Misto di fatto non si rappresentano più le istanze degli elettori che hanno consentito l’elezione, ma non bisogna mai dimenticare che il parlamentare opera senza vincolo di mandato, e che le complesse dinamiche della politica possono a volte portare a un allontanamento dell’eletto dal suo partito. In ogni caso, sarebbe auspicabile un maggiore rispetto parlamentare nei confronti dell’onorevole Soumahoro, democraticamente eletto e impegnato, sia pure senza partito, a continuare coerentemente il proprio lavoro parlamentare.

E tuttavia, nonostante Soumahoro non sia indagato, il “caso Soumahoro” c’è e, a nostro avviso, andrebbe affrontato in maniera più radicale. A scanso di equivoci: Soumahoro non ha allo stato attuale commesso alcun reato, e perciò non ha nessun motivo formale o giuridico per rassegnare le dimissioni.

Ma ci sono circostanze di fronte alle quali bisogna interrogarsi profondamente, e chiedersi se il proprio ruolo sia ancora credibile oppure definitivamente delegittimato agli occhi dell’opinione pubblica. La gestione del personale e dei fondi da parte dei famigliari del deputato di origini ivoriane – e non è solo un fatto giudiziario, anzi – ha fatto emergere un quadro comportamentale in estremo contrasto con le ragioni etiche dell’impegno civile e politico di Soumahoro. Che obiettivamente ha perso credibilità, e che di fatto non riesce più a incidere con efficacia nel pubblico dibattito. Di fronte a una simile perdita di credibilità le strade sono due: o ci si ostina a proseguire il proprio lavoro nonostante una generale diffidenza, oppure si prende atto di un cortocircuito e si fa un passo indietro.

Forse all’indomani delle rivelazioni sui “lussi” e sulle disinvolture di sua moglie, Soumahoro avrebbe fatto bene a dimettersi, così da sottrarsi a maldicenze, diffidenze e illazioni. Ne sarebbe uscito da innocente quale è, e avrebbe potuto far ripartire dal basso, senza sospetti, una rinnovata azione politica in difesa degli ultimi. Invece si è arroccato in Parlamento, di fatto contribuendo ad avallare l’eterno antiparlamentarismo degli italiani, che spesso vedono i parlamentari come una casta parassitaria attaccata famelicamente alla poltrona. Davide Faraone ha fatto benissimo a difendere la dignità del parlamentare Soumahoro. Ma Soumahoro dovrebbe chiedersi come uscire da una oggettiva perdita di credibilità politica e famigliare. L’unica cosa certa è che fare finta di niente non fa bene a nessuno: né a lui, né al Parlamento. 

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