Il Tirreno

Toscana

Che silenzio c’è stasera

Che silenzio c’è stasera

Francesco Nuti se n’è andato a 68 anni dopo una lunga lotta con la malattia Una carriera luminosa con tanti film di successo e una comicità travolgente

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i Gabriele Rizza

Era sempre a Firenze che presentava i suoi film in anteprima Francesco Nuti. Un rito, un segno di riconoscenza e gratitudine fin dai tempi dei Giancattivi che, all’Humour Side di Rifredi, avevano casa, in trio con Alessandro Benvenuti e Athina Cenci. Erano garanzia, campioni di incassi al botteghino, i film di Francesco. Erano tempi d’oro (ancora per poco) per le sale cinematografiche con la commedia in salsa toscana che spopolava per tutta la penisola.

Era allegro Francesco, con quella faccia un po’ da schiaffi, la battuta pronta, il sorriso errante e birichino dietro gli occhi stretti che non sapevi fino a che punto erano sinceri. O fortunati. Perché lo sguardo alla fine restava indecifrabile, se non docilmente enigmatico. Accecante ma anche un po’ sperso. Chissà. Arrivava Francesco con la sua “allure” leggera, canzonatoria, fanciullesca, traboccante simpatia contagiosa, ma sempre con un pizzico di distacco, che forse era timidezza, forse signorile disincanto, forse impalpabile malinconia.

Certo con quei borderò era atteso come manna dagli esercenti, un’aura di narcisismo lo avvolgeva, gli girava attorno, tutta lucciole e luccichii, una ghirlanda di spensieratezza goliardica, ma col suo peso dettato dal successo, un successo che pareva inarrestabile, persino spregiudicato, baciato dalle donne, la fama, i premi, l’amore del pubblico, l’onda lunga dell’artista che ogni volta sposta l’asticella un po’ più in alto, consapevole di potercela fare, sicuro di sé e della sua magnetica attrattiva.

La seduzione era l’arma vincente. Francesco Nuti attore, regista, cabarettista, musicista, cantautore (lo ricordiamo nel 1988 al Festival di Sanremo mentre canta spigliato la sua “Sarà per te” poi ripresa anche da Mina), maschera indocile e spiazzante di una vita spericolata, un mix di genio e sregolatezza, con cui ha dovuto fare i conti. Ascesa, caduta e resistenza. Con una data spartiacque, il 2006, vittima di un maledetto incidente domestico dal quale gli fu impossibile riprendersi. E ieri, l’atto finale. Aveva compiuto 68 anni il 17 maggio.

Al di là dei suoi film, toccati da una vena di comico surrealismo difficilmente eguagliato, e dei suoi personaggi – da Caruso Pascoski a Willy Signori al Signor Quindicipalle – che facevano la differenza, ci piace ricordare con un profilo di tristezza la festa che gli dedicarono per il suo 59° compleanno nel 2014 gli amici Carlo Conti, Marco Masini, Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni: tutti in piedi i settemila del Mandela Forum a cantare “tu ch’ai le pupp’a pera” (memorabile hit di “Madonna che silenzio c’è stasera”). Tutti attorno a Francesco, tenero e commosso sulla sua sedia, che a fatica, per un attimo, si alza in piedi e saluta per una standing ovation da brividi.

Al suo fianco, fedele, inseparabile “badante”, c’era la figlia Ginevra, avuta dalla ex compagna Annamaria Malipiero, e che è diventata, da quando ha compiuto 18 anni, la sua tutrice. Una giovane donna che ha deciso di prendersi cura di lui, di rappresentarlo, di stargli vicino.

È il 1982, anno indimenticabile dei Mondiali di Spagna, che Francesco Nuti porta sullo schermo il suo repertorio di cabarettista raffinato e stralunato, acerbo e malinconico: prima condiviso coi sodali Cenci e Benvenuti in “Ad ovest di Paperino”, poi redatto in prima persona in “Madonna che silenzio c’è stasera” di Maurizio Ponzi che fu quasi una rivelazione, giocato sui mezzi toni, un disincanto sulfureo distillato di cattiveria, e infine congedato, sempre diretto da Ponzi, in “Io Chiara e lo Scuro”, affiancato da Giuliana De Sio, operina garbata che sfrutta al meglio la vis comica del protagonista vissuta all’ombra del biliardo, il panno verde incrocio di destini, imprevisti, caos e geometrie.

Poi Francesco si mette in proprio e gira un successo dopo l’altro: “Casablanca Casablanca”, ancora con De Sio, ancora il biliardo sullo sfondo di Bogart, per una commedia sentimentale amabile e brillante. “Tutta colpa del paradiso” stavolta con Ornella Muti, film natalizio pieno di buoni sentimenti giocato in montagna su panorami che invitano al lieto fine. “Stregati” sempre con Ornella Muti, sullo sfondo di una inedita Genova invernale, come innevata sarà la Firenze di “Caruso Pascoski (di padre polacco)”, stavolta con Clarissa Burt, opera insolita e paradossale, l’estro della gag a tutto tondo e a 360 gradi, il film della maturazione e consacrazione definitiva del personaggio “Nuti”. Seguito da “Willy Signori e vengo da lontano” e da “Donne con le gonne”, con Isabella Ferrari l’uno e Carole Bouquet l’altro, la conferma di una narrazione spigliata, gradevole, fra battute e ritmo continuo dai contorni assurdi, ai limiti dell’improbabile.

Fino a “OcchioPinocchio” del 1994, con Chiara Caselli, un kolossal girato negli Usa, folle e smanioso di grandeur, costato 18 miliardi di lire e costato la salute a Mario Cecchi Gori che rischiava di andare in tilt, lamentando le folli spese, la dispersione di denaro, gli sprechi megalomani ma anche, da uomo di cinema, la dissolvenza di un talento che si improvvisava Cecil de Mille. Impresa titanica che Nuti non seppe governare, rimasto nella storia col marchio di film maledetto, dissennato, traumatico per tutti, interpreti, pubblico, produttore e naturalmente in primis per il suo autore.

La vita di Francesco Nuti è un’altalena, una continua ricerca di sé, alle soglie del paradiso, imbucato nella favola del cinema, cantiere in divenire fra realtà e fantasia, l’immaginazione al potere che a volte ti fa perdere la prospettiva, nella consapevolezza che forse una sfida val bene il futuro. l



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