Gioco
Berlusconi e la Toscana, un rapporto di amore-odio: dall’Italia da “detoscanizzare” al flirt con Matteo Renzi
Una foto del 1979 lo ritrae a Forte dei Marmi con Califano durante Miss Italia. La sua relazione con la regione rossa non fu vissuta solo da viveur, con il sogno mai realizzato di battere qui la sinistra
FIRENZE Se in Versilia c’è una mitografia del viveur perso fra feste, ville e donne bellissime, a tutti verrà in mente lui, magari accompagnato al pianoforte da Gerry Calà. In questa terra negli anni avrebbe anche cercato, e poi rinunciato, ad acquistare una dimora a Monteroni d’Arbia. Ogni volta che Silvio faceva una capatina in Toscana lo trovavi in hotel di lusso o in palazzi signorili. C’è venuto un sacco di volte per provare a espugnare il fortino con il verbo della rivoluzione liberale, per liberare il Paese dalla sinistra partendo proprio da dove la sinistra era più forte. Eppure, con la Toscana Silvio Berlusconi ha avuto un rapporto d’amore e odio. La chiamava il «buco nero della democrazia», piena zeppa di «comunisti».
Tanto che resta famosa la volta in cui profetizzò: «Bisognerebbe detoscanizzare l’Italia», perché la vecchia regione rossa gli si opponeva. Resisteva, si ribellava ohibò al leader e tycoon, l’imprenditore delle televisioni che con il suo impero ha generato una cultura di massa e diviso il Paese. Silvio faceva scintille ovunque, bagni di folla, gridolini, bandiere, era il self made man capace di conquistare i moderati della penisola e pure il presidente operaio; con la sua narrazione filtrata dai collant sull’obbiettivo della telecamera, s’era preso il governo a colpi di maggioranza, ma non qui. Perché detoscanizzare l’Italia avrebbe significato liberarla dagli scampoli di sinistra, e qui la sinistra era forte. Sì, certo, sotto la sue egida i berluscones strapparono la Prato di Cenni e la “bianca” Lucca. Ma la Toscana rossa, con 8 capoluoghi nelle mani della destra (destra, non centrodestra) è franata sotto i colpi del populismo, prima schiacciata dalle ruspe di Salvini e ora ammaliata dal sovranismo di Giorgia Meloni. Sono loro ad aver detoscanizzato l’Italia, non lui.
Eppure, la Toscana è uno snodo chiave della Berlusconi story. C’è un filo rosso che ha attraversato tutta la sua vita e carriera politica e lo lega alla regione, a Firenze e alla Versilia. Toscano, from Campi Bisenzio, con origini a Fivizzano, è Denis Verdini, lo stratega di tutte le sue mosse negli anni d’oro del berlusconismo, l’architetto di mille campagne elettorali.
«Chiedete a Denis», era il mantra con cui l’ex premier rispondeva a chi voleva lumi su candidature, nomine, voti da scovare in Parlamento nei momenti di difficoltà. Era il tessitore degli accordi proprio con la sinistra, e poi diventerà il grande “sospettato”, l’uomo che con la sinistra si sarebbe acconciato accettando di giocare le partite politiche alla meno in regione pur di un quieto vivere di affari e manovre. Ogni decisione, mossa, alambicco, sotterfugio non poteva che passare dall’ex senatore dal vocione rauco e dalla chioma argentea che oggi, dai domiciliari nella sua villa alle Cascine del Riccio, fa solo sapere che per lui è «una giornata di grande lutto e dolore». Ed è partita sempre da lui la lettera segreta, e rivelata in esclusiva dal Tirreno, inviata agli amici Dell’Utri e Confalonieri con il piano per eleggere B. al Quirinale.
In fondo, Silvio si fidava, Denis era il suo braccio destro e sinistro. Con lui ha provato anche a conquistarla Firenze, candidando nel 2009 Giovanni Galli, l’ex portiere del Milan che faceva da commentatore sportivo a Mediaset e oggi consigliere regionale nelle fila della Lega. Andò male, ma già allora s’era invaghito di quel giovane diventato presidente della Provincia e un po’ di anni prima comparso con l’aria da bravo ragazzo e nerd alla Ruota della fortuna di Mike Bongiorno. Matteo Renzi stava simpatico a B. Fra gente in lacrime e sorrisi smaglianti (il suo), glielo disse perfino al Palasport nel giorno dello scioglimento dei Ds. «Dovresti venire con noi». E poi la storia la conosciamo, il risottino preso ad Arcore dal sindaco rottamatore, galeotto di quello che poi sarebbe stato il patto del Nazareno. Roba che fece infuriare i sinistri del pd fiorentino. Tanto che ora Matteo glielo riconosce: “Silvio ha fatto la storia”.
Lasciamo stare che sia controversa, con molte luci e tantissime ombre. Perché certo ci sono le battute, le visite lampo, le battaglie con i comunisti, i frizzi e lazzi con gli amici toscani, l’esuberanza che spesso diventava sovrabbondanza come quando, atterrato dal suo amico vivaista Vannucci di Pistoia, raccontò una delle sue barzellette sessiste il cui video poi fece il giro del mondo. Ma qui, a Firenze, per dire, i magistrati stavano ancora indagando sulle origini del “tesoro” di Berlusconi, ultimo pezzo dell'inchiesta sui mandanti esterni della strage di mafia dei Georgofili. Nella Firenze per cui lui nel 2010, da Palazzo Corsini, presentando Monica Faenzi, la sindaca grossetana con cui provò, senza successo, ad abbattere l’odiato Enrico Rossi, invocò una «legge speciale».
Fiorentino era pure Danilo Mariani, il pianista di Arcore, conosciuto in un locale a Montecatini e poi finito nelle carte del processo Ruby. E anche Roberto Tortoli, il venditore della pubblicità in Fininvest che poi trasferì in Forza Italia, il partito-azienda. E come dimenticare il rapporto con Cecchi Gori, Mario, suo socio in Medusa.
La Toscana di Silvio in fondo ha radici lontane, quelle dei bagliori vacanzieri della Versilia. Sebbene l’ultima volta, in pubblico, sia comparso nel 2015. Atterrò e decollò nel giro di un paio d’ore in elicottero al Cinquale in compagnia di Francesca Pascale. Era venuto per un in bocca al lupo ai candidati, soprattutto al suo pupillo di sempre, Massimo Mallegni, il sindaco portato via in manette dal municipio e poi assolto che gli ricordava la sua storia, quella del perseguitato politico. Ma di B. balza ancora oggi ogni tanto su Facebook una foto del 1979, lui e Franco Califano abbronzatissimi e sorridenti, a Forte dei Marmi, a fare i giurati a una delle selezioni di Miss Italia. Ma che ve lo dico a fare.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
