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Botte al 13enne per derubarlo, la mamma: «Mio figlio non dorme più»

di Tommaso Silvi
Botte al 13enne per derubarlo, la mamma: «Mio figlio non dorme più»

Firenze, aggredito da un giovane che voleva strappargli il cellulare dalle mani. La donna: «Lancio una petizione per chiedere sicurezza»

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FIRENZE. «Da dieci giorni mio figlio si sveglia nel cuore della notte e viene in camera mia. È rimasto segnato. Quel ragazzo lo ha picchiato per un cellulare. Ed era anche armato, poteva essere una tragedia». Teodora vive a Firenze. Martedì 16 maggio il suo telefono è squillato attorno all’ora di pranzo. Suo figlio, 13 anni, era appena stato aggredito da un giovane che voleva strappargli il cellulare dalle mani. La resistenza opposta dall’adolescente ha scatenato la furia del rapinatore, che lo ha colpito più volte alla testa prima di rassegnarsi e allontanarsi a mani vuote.

Subito dopo l’episodio Teodora ha avviato una raccolta firme, intitolata “Fermiamo la microcriminalità quotidiana. La sicurezza prima di tutto” sulla piattaforma Change.org.– in pochi giorni ha superato le 400 adesioni – in cui chiede «alle autorità competenti di adottare misure concrete per affrontare la microdelinquenza – si legge nel testo della petizione online – e ripristinare la tranquillità nelle nostre città».

Teodora è stata anche contattata da alcuni noti programmi televisivi che si occupano di attualità, quelli che vanno in onda in prima serata. Ma per il momento ha declinato ogni invito. «Non mi interessa partecipare a dibattiti con opinionisti ed esponenti politici. Io chiedo soluzioni concrete, non cerco popolarità e polemiche facili. Non dobbiamo più avere paura a camminare per strada. La sicurezza è il primo e più importante tassello dei bisogni umani».

Partiamo dall’aggressione. Cosa è accaduto a suo figlio?

«Era uscito da scuola e si trovava alla fermata della tramvia in via Alemanni, a due passi dalla stazione ferroviaria. Aveva il cellulare in mano e un giovane ha tentato di strapparglielo, ma lui non lo ha mollato. Allora il rapinatore gli ha messo un braccio attorno al collo e ha iniziato a prenderlo a cazzotti in testa. Ma mio figlio è riuscito a divincolarsi e a fuggire, trovando l’aiuto immediato di tre giovani, un ragazzo e due ragazze, che fino a poco tempo fa erano senza fissa dimora e hanno vissuto per otto mesi dormendo in stazione. L’aggressore di mio figlio poi è stato fermato dai carabinieri, che gli hanno trovato addosso un coltello e della droga».

Da qui l’idea della petizione per chiedere maggiore sicurezza.

«Si, perché gli episodi di violenza nella città, anche in pieno giorno, si stanno moltiplicando. E non si può rimanere in silenzio. Io non voglio farlo».

In seguito al lancio della raccolta firme è stata contattata da esponenti della politica, locale o nazionale?

«Non direttamente, ma tramite terze persone mi è stata fatta arrivare la voce che è difficile gestire la situazione della sicurezza nelle città perché ci vogliono soldi che lo Stato e i Comuni faticano a reperire. A me non interessano le chiacchiere. Se un amministratore, a qualsiasi livello, non riesce a trovare il denaro per garantire la sicurezza del cittadino, allora significa che non è capace. E deve dimettersi e lasciare il posto ad altri».

Come sta oggi suo figlio?

«Sta bene, non voglio e non cerco la compassione degli altri. Mio figlio sta studiando molto, credo anche come “rifugio” psicologico per non pensare a quello che gli è accaduto. Ma ogni notte all’una si sveglia. Evidentemente l’aggressione lo ha toccato profondamente. E credo che sia normale, me lo aspettavo».

Cosa chiede alle istituzioni?

«Principalmente maggiore presenza delle forze dell’ordine nelle città, maggiore illuminazione pubblica e pene certe anche per la piccola delinquenza».

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