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Tiziana, precaria per 26 anni: «Vi racconto come ci sente quando si firma un contratto "vero"»

di Danilo Renzullo
Tiziana, precaria per 26 anni: «Vi racconto come ci sente quando si firma un contratto "vero"»

Pisana, oggi tecnologa all'Università di Pisa, il traguardo del lavoro stabile lo ha raggiunto a 51 anni

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«Il lavoro precario ha rappresentato oltre metà della mia vita. E il lavoro precario mi ha impedito di avere figli, una casa e un ruolo nella società. Perché il lavoro, quello stabile, ha anche una rilevanza sociale. Quello precario, invece, è un’affannosa corsa verso un traguardo che in partenza già sai si interromperà. Dopo qualche mese o dopo un anno, in ogni caso si interromperà».

Tiziana Nadalutti, 51 anni, pisana, consulente ambientale e di progettazione europea, il traguardo del lavoro stabile lo ha raggiunto dopo 26 anni di precariato. «Il 9 gennaio ho firmato un contratto di assunzione a tempo indeterminato come tecnologa all’Università di Pisa: finalmente ho avuto la possibilità di sentirmi libera», dice.

Quasi tre decenni di lavoro instabile. Una vita da precaria.

«Per l’esattezza 26 anni di precariato in piccole e grandi società. All’inizio con contratti di collaborazione occasionale o coordinata e continuativa, poi “costretta” alla partita Iva. Lavoratrice dipendente, a tempo determinato, ma libera professionista allo stesso tempo perché alle società conveniva avere lavoratori con partita Iva».

Tanti contratti, poche tutele e quasi nessuna garanzia. Come si conciliano le aspettative di vita con un lavoro precario?

«Speravo di avere una famiglia: bambini e una vita sentimentale stabile. Con un lavoro precario e che costringe a viaggiare molto, ciò diventa difficile. Sono riuscita ad avere una situazione sentimentale stabile, ma non ho potuto avere figli. Ho pagato la mia condizione lavorativa, sempre in attesa di una stabilizzazione. Ho rinviato tanto il desiderio di una gravidanza e quando potevo pensarci con tranquillità, era ormai tardi».

Annullati i sogni, cosa resta?

«Difficoltà quotidiane. Ho condiviso casa con altre persone molto a lungo. Nessuna banca mi ha mai permesso di accendere un mutuo. Con contratti precari è impossibile programmare. Ho cercato di consumare il meno possibile e mettere da parte quello che potevo per riuscire a resistere ad eventuali periodi di riduzione del lavoro. Non sono riuscita a stipulare una polizza per “difendermi” in caso di malattia perché costava troppo e ho lavorato anche con febbre a 39. C’è poi un altro aspetto del precariato».

Quale?

«Non puoi dire no. Gli aspetti peggiori sono l’impossibilità di programmare e quella sorta di autosfruttamento che ti costringe a lavorare sempre».

Il lavoro stabile è però arrivato.

«A 51 anni ho la possibilità di sentirmi libera perché ho dei diritti. Una condizione che ha cambiato tutto. Ho sempre avuto la sensazione di non contare abbastanza, perché il lavoro che ho svolto in qualche modo non aveva una rilevanza sociale, ma era solo l’affannosa ricerca di qualcosa che mi offrisse la possibilità di un ruolo, annullata però dall’incubo della scadenza. Adesso ho un lavoro e un ruolo riconosciuto nella società. Adesso, è tutto diverso. Anche dal punto di vista umano». l



 

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